29/04/2013

Aborto, l’eterno tabù che lacera la coscienza cattolica

NDR: Sul Corriere della Sera e sul web è stato segnalato il caso pietoso della giovane che in Salvador rischia di morire perché la legge e i preti le vietano l’aborto.
Viste le sfacciate bugie che sono state divulgate in occasione della morte di Savita, in Irlanda, qualche mese fa, ci riserviamo di indagare per i nostri lettori e sapere come stanno veramente le cose dal punto di vista medico. Intanto vi segnaliamo il pezzo che segue, pubblicato dalla Stampa, che spiega chiaramente la posizione della Chiesa: non si può considerare – tra due vite – una più degna di essere tutelata rispetto ad un’altra. I medici devono prodigarsi per salvarle entrambe, finché è possibile. Quindi se il caso fosse veramente quello indicato dai media, nessun “prete” condannerebbe l’eventuale uccisione del bambino nel tentativo di salvare la vita della madre.

Ancora una volta una drammatica storia dall’America latina. Nessun altro tema lacera così in profondità la coscienza cattolica. Lo si era già visto in Brasile nel marzo 2009 per la scomunica dei medici che avevano fatto abortire tre anni fa una bambina di 9 anni rimasta incinta in seguito alle violenze sessuali subite dal patrigno e che rischiava la vita.

Fin dalla “Dichiarazione sull’aborto procurato” redatta dalla Congregazione della dottrina per la fede a conclusione del Concilio Vaticano II, la Chiesa ha più volte chiarito che “la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura: l’aborto e l’infanticidio sono abominevoli delitti”. Ed è stato Paolo VI a chiarire che questo insegnamento della Chiesa «non è mutato ed è immutabile». Infatti “la tecnica non può sfuggire al giudizio della morale, perché essa è fatta per l’uomo e ne deve rispettare le finalità: come non si ha il diritto di utilizzare indiscriminatamente, cioè a qualunque fine, l’energia nucleare, così non si è autorizzati a manipolare in un qualunque senso la vita umana”.

Sotto il profilo della dottrina e alle luci delle nuovi acquisizioni scientifiche la questione è stata recentemente affrontata dalla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Il quesito riguardava esattamente cosa fare se la madre è in pericolo. E’ permesso l’aborto se la madre rischia la vita? “La comunità cristiana, fin dall’antichità, ha preso una posizione molto netta contro l’aborto in contrasto con l’uso del mondo pagano nel quale l’aborto era molto frequente, nonostante il divieto di praticare aborti imposto dal famoso giuramento di Ippocrate- spiega padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale-.L’aborto è la soppressione di una vita umana nel tempo che va dal concepimento fino a quando il nuovo essere umano non è autonomamente vitale e i cristiani hanno sempre avvertito una chiamata particolare, connaturale con la loro fede, a prendersi cura delle vite fragili, deboli e indifese”.

Alla strage di vite non ancora nate ottenuta mediante l’interruzione della gravidanza si è aggiunta negli ultimi trent’anni la distruzione volontaria di migliaia di embrioni concepiti in vitro e ritenuti, per qualche motivo, non perfettamente idonei ad essere trasferiti. “L’aborto è la fine di una vita che sorge, comunque sa stata concepita e dovunque si trovi- precisa padre Faggioni-.La riprovazione dell’aborto e delle leggi abortiste da parte della Chiesa è stata costante e sempre ribadita, anche recentemente, in documenti magisteriali di grande valore dottrinale. la questione si complica quando si tratta di stabilire se (in caso di pericolo di vita della madre) il medico possa in buona coscienza scegliere la vita della madre piuttosto che quella del figlio. “Situazioni di vero conflitto materno-fetale al giorno d’oggi sono molto rare e la medicina moderna riesce a gestire bene situazioni un tempo insolubili- osserva padre Faggioni-.In moltissimi casi il cosiddetto aborto terapeutico è, a ben guardare l’aborto di un feto indesiderato perché portatore di handicap, per esempio un feto Down, e, quindi, la parola “terapeutico” è molto male usata, visto che qui non si cura proprio nessuno”.

Altre volte si chiama aborto terapeutico un aborto che non è direttamente voluto e che anzi si cerca di evitare, ma che è connesso con terapie praticate dalla madre per gravi malattie e che, come effetto collaterale, possono provocare danni anche mortali al feto in nessun modo intenzionali. “Esistono, però, situazioni gravi che ancor oggi danno problemi assistenziali come, per esempio, la gravidanza extrauterina, la preeclampsia gravidica e la corioamnionite- sottolinea il teologo-.In questi casi il medico deve svolgere la sua missione di prendersi cura di ogni vita, di quella della madre e di quella del figlio, senza discriminazioni di valore: non si può sopprimere direttamente una vita innocente per salvarne un’altra”. Ci sono, infine, casi estremi nei quali non è più possibile salvare la vita del figlio e solo allora (di fronte alla vera impossibilità di salvare il figlio) “ci si preoccuperà doverosamente di salvare almeno la vita della madre”. Questo però “dipende dalla concretezza della situazione clinica e non certo da una scelta che privilegia una vita rispetto ad un’altra”.

di Giacomo Galeazzi

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