25/02/2013

Aborto e libertà di scelta

Si dice che la Legge 194 abbia finalmente garantito alla donna la libertà di scegliere. Tralasciamo per un attimo il fatto (ovviamente essenziale) che il prezzo da pagare per questa cosiddetta libertà sia la vita del figlio che porta in grembo e poniamoci alcune domande riguardo alla verità di questa affermazione supponendo un caso concreto, raro ma non troppo.
Una donna si accorge di essere incinta. Dalla prima ecografia emergono dei problemi. Si approfondisce e ci si accorge che si tratta di problemi gravi, che potrebbero anche essere incompatibili con la vita del bambino, prima o dopo la nascita, e che nel migliore dei casi si avrà una disabilità grave. Secondo la legge italiana la donna può scegliere. Dunque è libera. Vediamo però in quale modo viene effettivamente esercitata oggi questa facoltà.
Si comincia immediatamente con il giudizio medico: “Signora, Lei deve abortire”. Forse non sarà detto in maniera così brutale, ma ci andiamo molto vicini. Del resto la struttura sanitaria può praticare l’aborto, legalmente, e tutto poi tornerà (?) come prima. Che problema c’è? Il giudizio clinico viene spesso comunicato citando la peggiore delle ipotesi, per il timore di denunce a carico del personale medico, con relative richieste risarcitorie. Nessuno ricorda alla donna che nel suo grembo c’è un essere umano, che è suo figlio. Lei lo sa, ma è molto fragile in questo momento. Nessuno le dice nemmeno che la sindrome post-aborto colpisce tantissime donne, e che molte di esse ne usciranno (forse) a distanza di tempo e con immani fatiche. Tutto accade in maniera asettica, e nessuno ha una parola umana di comprensione per la sua situazione. In questi ambienti super-medicalizzati sembra quasi un automatismo con cui sembra che si dica alla donna: “Visto che ci sono questi problemi, il personale medico Glie li risolverà rapidamente ed in modo quasi indolore. Cosa sta aspettando?”. E’ tutto normale. Di più: dalle parole del personale traspare quasi il disprezzo per colei che potrebbe anche decidere di dare alla luce un essere “inferiore”. Ormai la condanna sociale non è più per chi abortisce suo figlio ma per chi lo tiene anche quando è malato. E la donna si sente già sola, isolata entro quell’ambiente.
Poi torna a casa. Il marito (mettiamoci nella migliore delle ipotesi, lasciamo immaginare cosa accade in un rapporto costitutivamente precario o quando è addirittura abbandonata) le sta vicino, le vuole bene, ma non può sopportare di vederla soffrire. Entrambi sono preoccupati. Giustamente. Cosa scegliere? Sono giorni di inferno, e si vorrebbe che terminassero il prima possibile. Il marito le fa capire però che, in fondo, ci sono già gli altri figli, e se quest’ultimo dovesse anche mancare potrebbe non essere un dramma. Sarebbe molto peggio vedere preoccupata la moglie, schiacciata dalla paura di un futuro incerto e difficile. La donna sa però che nel ventre ha suo figlio, e questo giudizio del marito la fa sentire ancora più sola, tremendamente sola.
Ma non basta. I rapporti sociali non possono essere troncati. Ci sono i parenti, gli amici. C’è il lavoro. E ci sono i normali rapporti personali che caratterizzano la vita quotidiana: il negozio, il parrucchiere, il meccanico, etc. etc. E’ inevitabile che di questo fatto, anche se molto privato, si parli, anche se non con tutti: l’angoscia non può essere vissuta totalmente da soli come chiusi in un guscio. Normalmente l’interlocutore, o il confidente, il parente a cosa ti spinge? La cultura della legalità, nuovo totem della società post-moderna, ha ormai soppiantato quella della giustizia: “L’aborto è legale, gratuito, sicuro, tuo figlio sarebbe un disgraziato, poveretto. Ma chi te lo fa fare di tenerlo?”. Forse è un po’ brutale, ma il concetto è questo. Certo la donna sa che è suo figlio, ma si sente ancora più sola. Diciamo la verità: per sentire una voce fuori da questo coro oggi bisogna proprio andare a cercarla, innanzitutto dentro la propria coscienza (una mamma sa che quello è suo figlio) ma anche altrove.
E la situazione economica, familiare? Com’è? Consente di “ospitare” un altro soggetto, povero, indifeso e pieno di problemi? Il lavoro è precario, ci saranno sicuramente dei costi aggiuntivi. Ci sarà qualcuno disposto ad aiutarci? Sarà molto difficile.
La donna dunque è completamente sola. Perché il giudizio medico è inappellabile, perché il marito di fatto le addossa l’intera responsabilità, perché la società non è più disposta a farsi carico, né materialmente né moralmente, dei problemi degli altri. Sola. Solissima. E deve decidere. Sapendo anche che un giorno qualcuno potrà rinfacciarle una scelta non condivisa. E con una pressione sociale fortissima nei suoi confronti. In una società sempre più individualistica e sempre meno solidale.
Una domandina semplice semplice: questa è la libertà della Legge 194? Questa? Questa è la libertà, di decidere sulla vita o la morte di un figlio? Questa libertà è una truffa, perché è a senso unico: serve solo per incastrare la donna ed ucciderne il frutto del grembo. Sapendo anche che, una volta che la donna avrà ceduto, il peso del male compiuto ricadrà interamente sulle sue spalle. Sarà un macigno, e nessun uomo né alcun medico mai più glie lo sposterà dalla spalle, nemmeno di un millimetro.

Fonte: Mpvgarda

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