14/11/2019

Aborto con RU486, parlano le donne: «Esperienza brutale»

Ci sono pillole che non vanno giù neanche con un poco di zucchero, perché lasciano il segno. La pillola usata per l’aborto farmacologico, la RU486, è una di queste.

Come spiegavamo in un altro articolo, la procedura «prevede che si assuma una pillola subito ed una diversa nell’arco di tre giorni: il Mifepristone, che, inibendo la produzione di progesterone fa morire il bimbo di fame e di sete, ed il Misoprostol, che serve ad espellere il bimbo ormai morto, inducendo le contrazioni uterine, proprio come nel parto».

Un articolo di Life News ci riporta l’esperienza decisamente traumatica di alcune donne, che raccontano il loro aborto con la RU486.

La prima di esse è Tammi Morris. Rassicurata del fatto che l’aborto farmacologico fosse «sicuro, quasi indolore», acconsentì a procedervi. Ciò che provò dopo l’assunzione della seconda pillola, però, non aveva niente a che vedere con quanto le avevano promesso: si trattò di un’esperienza «brutale» e «orribile». «Il sanguinamento abbondante costrinse Tammi a richiedere un intervento medico. […] Tammi sentì il bisogno di spingere e poi guardò in basso. Quello che vide la lasciò devastata. “C'era il mio bambino, in un bagno. Questo non era tessuto fetale. Questo era un bambino formato, riconoscibile e innegabile. Il mio bambino”».

Appare evidente che, quindi, a forza di censurare i pro life, le informazioni relative all’aborto vengono diffuse solo da chi vuol far credere che esso riguardi un grumo di cellule e non un bambino. Per non parlare dei rischi alla salute femminile che vengono nascosti alle donne per farle abortire. È il caso della seconda storia che ci viene raccontata.

Quando Elizabeth Gillette si recò ad abortire era ancora indecisa e voleva vedere un’ecografia di cosa ci fosse nel suo utero. Inizialmente le fu negato. Alla sua insistenza, le fu mostrato un fermo immagine, in modo da poterle dire: «Vedi? Non c'è battito cardiaco. Non c'è movimento». Insomma, non un inganno qualunque: le avevano detto che il suo bambino era morto.

Alla faccia del rispetto per le donne e di tutto ciò di cui gli abortisti amano riempirsi la bocca. «Si verificheranno alcuni crampi leggeri», le dissero. «Nessuno mi ha dato consigli. Nessuno mi ha detto quali fossero le opzioni», racconta Elizabeth. Così, dopo crampi «profondi e molto dolorosi», si trovò anch’essa a faccia a faccia con suo figlio. «Gli incubi iniziarono poco dopo. Ho smesso di mangiare. Sono diventato anoressico. In seguito, mi è stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico acuto».

L’aborto le ha portato via suo figlio e le ha causato atroci traumi, ma non è stato l’ultima parola sulla sua vita. Cosa l’ha liberata? La denuncia. Dire: «Questo mi ha fatto male e fa male alle donne di tutto il mondo» l’ha liberata e ha dato modo alle donne che hanno ascoltato la sua testimonianza di sapere veramente cosa sia un aborto e cosa comporti.

di Luca Scalise
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