13/03/2017

Eutanasia: ProVita scrive a tutti i parlamentari

Inizia oggi alla Camera la discussione sul disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia in Italia, seppur mascherata sotto la sigla di DAT o testamento biologico. Per questo motivo ProVita ha inviato una mail a tutti i parlamentari, invitandoli a riflettere su quanto saranno chiamati a votare. 

Email a tutti i parlamentari sulle DAT.

Oggetto: Disposizioni anticipate di trattamento (DAT)

Gentile On., Le chiedo solo un po’ del suo prezioso tempo.

Sara Virgilio, risvegliatasi dal coma a vent’anni

«Per quanto riguarda la mia esperienza di coma posso dire che io non ero morta, ero viva, perché percepivo tutto ciò che mi accadeva intorno, sentivo anche quello che i medici dicevano… l’unico problema era che non potevo comunicarlo. E il mio timore era che avrebbero potuto staccarmi le macchine, perché io ero alimentata meccanicamente, avevo il sondino naso-gastrico, ed ero idratata. Ma per me, la mia condizione non era un problema; l’unico problema era riuscire a dire agli altri: non ammazzatemi perché io sono viva».

Legge sulle DAT, ora il medico obbligato a dare la morte

La storia di Sara Virgilio ci sembra esemplare per una riflessione sulla proposta di legge sulle DAT ora in discussione alla Camera.

Si prevede che una persona possa obbligare il medico con una dichiarazione resa tempo prima (DAT) a non idratarla e nutrirla in caso di grave menomazione psicofisica. Il medico sarebbe ridotto a mero esecutore, costretto a lasciare morire di fame e di sete il suo paziente anche se ciò ripugnasse alla sua professionalità ed alla sua coscienza, non essendo contemplata l’obiezione di coscienza nel testo di legge.

Libertà di vivere e di poter cambiare idea.

La disidratazione induce una grave sofferenza con dolori fisici determinati dalle mucose che dopo alcuni giorni letteralmente si “spaccano”. Un paziente in coma, stato vegetativo o di coscienza minima, che avesse chiesto con una DAT la sospensione dell’idratazione, quasi sicuramente cambierebbe le disposizioni anticipate e richiederebbe l’acqua per bere. Ma non potrà più comunicare di aver cambiato idea, di non voler soffrire.

E il medico sarebbe obbligato, in base a questa proposta di legge ora alla Camera, a far morire di disidratazione il paziente che abbia fatto una DAT.

Nessuno sa in anticipo come reagirebbe di fronte ad una grave malattia. Moltissime persone cambiano completamente prospettiva quando arriva una grave disabilità, o persino un coma o uno stato vegetativo, nei quali quasi sempre si manifesta un forte desiderio di vivere.

Il ruolo del medico, il ruolo del legislatore

Gentile Onorevole, noi crediamo che soltanto un medico, libero di scegliere in base alle sue competenze e alla sua coscienza, possa proteggere la libertà di vivere e la salute, evitando l’accanimento terapeutico.

Il ruolo del medico nelle vicende del fine vita dipende pure dallo Stato e dalle sue leggi, quindi anche da lei, Onorevole legislatore. Lo Stato ha il dovere di salvare vite, anche contro l’opinione della persona stessa. È lo stesso principio di ragionevolezza per il quale lo Stato impone le cinture di sicurezza in auto o il casco per la moto, o il principio naturale per il quale si cerca di salvare una persona che vuole morire gettandosi da un ponte.

Tre principi guida per una legge importante  

In occasione del dibattito parlamentare ci permettiamo dunque di segnalare alcuni principi che speriamo la sorreggano nelle sue funzioni di legislatore. Qualsiasi provvedimento in materia di dichiarazioni di trattamento dovrebbe almeno:

  1. Ribadire che i medici devono curare tenendo in considerazione le volontà del paziente, ma non divenire meri esecutori, vincolati dalle disposizioni anticipate. I medici non possono procurare la morte né con atti né con omissioni, e devono salvaguardare la libertà di vivere.
  1. Considerare idratazione e nutrizione come mezzi salvavita generalmente ordinari, e non come mere terapie (suscettibili così di essere più facilmente interrotte).
  1. Garantire alle persone malate e disabili l’accompagnamento umano e le cure necessarie, incluse quelle palliative quando le circostanze le richiedano.

ProVita si augura che lei possa impegnarsi affinché questi 3 principi guida possano essere da lei considerati durante la discussione sul fine vita e in occasione del voto. Per questo riportiamo qui un’altra storia esemplare. Un’altra delle centinaia di storie che, purtroppo, non appaiono mai sulla TV e sulle pagine dei grandi quotidiani.

10 anni in stato vegetativo: avrebbe sottoscritto le DAT

I medici lo chiamavano tronco morto. Il milanese Max Tresoldi è stato per dieci anni in stato vegetativo. Egli aveva espresso precedentemente la volontà di non voler vivere se si fosse trovato in uno stato di grave menomazione psicofisica. Tuttavia quando si ritrova realmente in quella situazione, la prospettiva cambia radicalmente. Max, immobile in ospedale, incapace di parlare, sentiva gli altri parlare della sua morte ma senza poter intervenire, senza poter avvisare di voler vivere. È stata la madre a strapparlo alla inevitabile decisione dei medici e a farlo invece curare ed assistere per ben dieci anni di stato vegetativo. Oggi Max dice di essere sempre stato felice di vivere e ritiene assurda la sua precedente dichiarazione di voler morire (DAT).

Se condivide le nostre considerazioni, ci farebbe piacere avere un suo breve riscontro rispondendo a questa mail.

Grazie per il tempo che ci ha dedicato.

Toni Brandi

Presidente ProVita Onlus 



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