18/08/2016

Vita, un dono: il figlio sano che non ti aspetti

Sono numerose le donne che testimoniano alla Comunità Papa Giovanni XXIII di aver ricevuto pressioni da parte di medici per abortire, per porre fine alla vita che sbocciava nel loro grembo.

In questi casi la sequenza degli avvenimenti è quasi automatica: quando un esame prenatale evidenzia delle malformazioni, immediatamente il medico, con fare glaciale, propone alla donna l’aborto. Non le chiede i suoi desideri, le sue convinzioni. Non le spiega cos’è la malattia di suo figlio, i problemi concreti e le possibilità di cura o guarigione. A volte non pronuncia nemmeno ‘quella’ parola...

Ad esempio a Elena il medico, dopo la diagnosi, ha detto: «Signora, se vuole organizziamo per domani l’intervento». Lei pensava che volesse fare un intervento per curare il bambino, per riuscire a dargli la vita. Invece se non fosse stata avvertita da un ginecologo avrebbe finito per abortire, mentre lei era contraria all’aborto!

Tante donne sono in un momento di grande debolezza, sono appena state colpite da una notizia scioccante, e cedono pensando così di risolvere il problema. Per chi invece resiste le pressioni aumentano, e assumono tante forme: prognosi infauste per il bambino, disistima, colpevolizzazione, emarginazione, ostilità più o meno palese... chi si ribella ai dogmi in cui credono i medici abortisti, ne subisce l’ostracismo. Sostenere la vita è oggi sempre più difficile.

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Ecco come Camilla (nome di fantasia) descrive quello che è successo a lei: «Avevo 36 anni, ero incinta del mio 5° figlio, a seguito di un’epidemia di rosolia mi sottoposi al test. Risultò che avevo in atto la malattia. Il ginecologo mi allarmò subito: mi comunicava che avevo l’80% di probabilità che il figlio fosse cieco, sordo, con malformazioni cardiache, di conseguenza proponeva l’aborto immediato. Mi sono sentita angosciata e abbandonata proprio da chi avrebbe dovuto incoraggiarmi e aiutarmi ad accettare il rischio di avere un figlio non completamente sano. La facilità con cui mi proponeva di abortire mi infastidiva molto, sembrava che volesse combattermi perché io ponevo resistenza. Con tutta me stessa ero convinta di voler accogliere mio figlio, che già stava crescendo dentro di me, anche se poteva essere imperfetto: questo non poteva fare la differenza per me. Non dimenticherò mai il timore che provavo ogni volta che andavo ai controlli in ospedale perché il ginecologo mi ossessionava con le sue previsioni infauste, ripetendomi continuamente che erano scarsissime le probabilità che il bambino potesse nascere sano e facendomi sentire un’incosciente per la mia decisione di dargli lo stesso la vita. Stesso atteggiamento avevano le infermiere e le ostetriche che non riuscivano a comprendere la mia determinazione e mi trattavano con ostilità. Avevo anche seri problemi di salute: vene varicose, pressione alta e colesterolo alle stelle. Da questa gravidanza difficile con tante complicazioni fisiche, senza nessun sostegno psicologico, è nata Giovanna, la mia bellissima bambina. I disturbi cardiaci prognosticati si limitavano a un soffio che perdura a tutt’oggi senza peraltro essere patologico. Giovanna oggi è perfettamente sana, gioiosa, piena di vita e aperta agli altri. La gioia che mi ha sempre regalato da quando è venuta al mondo mi ha abbondantemente ripagato di tutte le fatiche e difficoltà che hanno segnato l’attesa della sua nascita. Ringrazio sempre il Signore che ha infuso nel mio cuore l’amore per questa creatura dal primo istante e la forza per difenderla, di darle la vita».

Andrea Mazzi
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Fonte: Notizie ProVita, giugno 2014, p. 22.

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