20/05/2022 di Luca Marcolivio

VITA. Noia (AIGOC): «Hospice perinatale, un baluardo contro la cultura dello scarto»

La vita va difesa sempre,  lo sappiamo e lo abbiamo più volte ribadito. Non solo, dunque, per proteggere i nascituri dall'aborto o i più fragili dalle derive eutanasiche, ma anche per stare accanto a chi soffre drammi spesso ignorati o di cui si parla poco. Stiamo parlando, infatti, delle maternità con patologie fetali ad alto rischio e terminali. Una condizione difficile, per la quale però c'è chi scende in campo con misure ad hoc e per difendere la vita, non per scartarla. Stiamo parlando del caso del professor Giuseppe Noia, già presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC), ginecologo e neonatologo che nelle scorse settimane ha inaugurato un Percorso clinico assistenziale ad hoc presso il Policlinico “Agostino Gemelli” di Roma.

A Pro Vita & Famiglia, il professor Noia ha illustrato le caratteristiche della nuova struttura sanitaria, con uno sguardo costante all’attualità, e ha incoraggiato vivamente i pro-life italiani a partecipare alla manifestazione “Scegliamo la vita”, in programma domani a Roma.

Domani si tiene a Roma la Manifestazione “Scegliamo la Vita”: lei parteciperà o, comunque la appoggia?

«Domani sarò al Gemelli per il quarto corso di formazione promosso dal Cuore in una Goccia, quest’anno rivolto anche ai giornalisti. Ho però esortato chiunque ad andare alla manifestazione e testimoniare per la vita. Quella di domani è una manifestazione che deve dire a chi è nel dubbio che non è mai pensabile eliminare un sofferente assieme alla sofferenza o che l’aborto possa essere codificato come mezzo di controllo delle nascite. “Scegliamo la vita” non è soltanto un bellissimo slogan, proprio perché oggi è necessario scegliere. La cultura della morte vuole proporci una vita senza radici col passato, né proiezione nel futuro, con il risultato che ci rende deleterio il presente. Invece il presente deve avere le sue radici nel passato e un suo respiro nel futuro».

Proprio al Gemelli è stato inaugurato, qualche settimana fa, il percorso clinico assistenziale per le maternità con patologie fetali ad alto rischio e terminali. Quali sono gli aspetti più importanti e innovativi di questa struttura?

«Si tratta del primo esempio al mondo di questo tipo di percorso, che codifica un protocollo assistenziale in una struttura ospedaliera. Nell’intero panorama mondiale non esiste una struttura simile, anche se ci sono sei-sette realtà ospedaliere che hanno espresso il desiderio di realizzare un hospice perinatale ispirato al modello del Gemelli. Un aspetto importante riguarda il fatto che non ci rivolgiamo soltanto ai casi di patologie fetali terminali ma a tutti i casi di patologie fetali importanti. Vi sono diagnosi di gravi patologie, giudicate incompatibili con la vita extrauterina, che poi, grazie a terapie fetali guidate dall’ecografia o a trattamenti palliativi non invasivi cambiano la storia naturale di quelle gravidanze».

Ci può illustrare in modo specifico quest’ultimo aspetto?

«È proprio questa la caratteristica che distingue l’hospice perinatale dall’hospice degli adulti. Per gli adulti, i percorsi sono orientati a una morte che prima o poi avverrà, salvo eventi miracolosi che nessuno vuole escludere. Per i bambini, invece, può succedere che i trattamenti terapeutici o palliativi cambino la loro storia naturale. Ci sono casi di bambini che non ce la fanno ma c’è un buon 35% che migliora e che, dopo gli opportuni trattamenti, sono in braccio alle loro mamme».

La mentalità diffusa intorno a questi casi, tende però a spingere per l’aborto ai danni di bambini concepiti con gravi patologie…

«Bisognerebbe levarsi i sandali del pregiudizio culturale e ideologico. Spesso c’è una fretta di abortire ma questa fretta cozza con la metodologia relazionale, con la precisione diagnostica, con la possibilità di un ascolto empatico. Si tende a non vedere la donna, né la coppia quindi determinate decisioni vengono compiute nella fretta, nell’inconsapevolezza, nella mancanza di ascolto e nella mancanza di precisione scientifica. Delle centinaia di donne che abbiamo seguito in questi anni, nessuna si è mai pentita del percorso fatto con noi: le abbiamo aiutate a scegliere con consapevolezza, le abbiamo abbracciate con una risposta non solo scientifico-clinica ma umana. È qui che subentra il secondo braccio del percorso, quello delle famiglie, di altre donne e altre coppie, che hanno vissuto la medesima esperienza e che possono dare un riscontro allo stato di desolazione e di solitudine in cui si trovano le madri alle prese con una patologia fetale. C’è poi un terzo braccio della fondazione Il Cuore in una Goccia che offre supporto psicologico in maniera volontaria e gratuita, a supporto della scelta che si sta compiendo. Infine, c’è il supporto economico per coprire le spese di viaggio e di soggiorno delle famiglie che vengono da varie parti d’Italia. La cosa bella di questo gruppo dell’hospice è che le famiglie trovano un’organizzazione orizzontale, non verticistica, dove un primario impartisce gli ordini. Nessuno “comanda”, perché tutti condividono. Il periodo perinatale va dalla 28° settimana di gravidanza a un mese dopo la nascita. Per cui l’hospice si prende carico di tutto il nucleo familiare subito dopo la diagnosi perinatale infausta».

Come lei spesso ha spiegato, il bambino concepito, fin dai primi momenti, ha un ruolo tutt’altro che passivo nell’equilibrio fisiologico della madre. In che modo?

«Tra il figlio e la mamma si instaura da subito un legame unico e irripetibile. In un editoriale del 2000, il British Medical Journal affermava che l’embrione è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro. L’unità feto-placentare che si stabilisce tra la madre e il figlio, per creare la quantità di ormoni che rendono poi una gravidanza normale, vede l’embrione un attivo collaboratore, protagonista con la madre. Studi successivi di Diana Bianchi hanno verificato che l’embrione è protagonista di un impianto di cellule staminali protettrici, che vanno addirittura a guarire alcune patologie della madre. Oltre che protagonista biologico, quindi, l’embrione è stato definito anche “medico della madre”. Tutto questo mondo di simbiosi e di relazioni biologiche e anche psicodinamiche viene cancellato da una legislazione che non vuole tenere conto di questi aspetti. Recentemente la pillola Ellaone è diventata prescrivibile alle adolescenti senza ricetta. Chi informa queste ragazze dell’impatto che queste bombe ormonali potrebbero avere sulla loro procreazione futura? L’ideologia consumistica cerca di prevalere sulla pedagogia esistenziale. Ma cosa c’è di più grande, nella pedagogia esistenziale, di quello che fa un bambino con la madre durante la gravidanza? Cosa può insegnare di più alla gente di questa relazione inscindibile e così intima che cresce nell’arco di nove mesi?».

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