Il Veneto è la quarta Regione italiana ad approvare una legge che impiega strutture e fondi pubblici per aiutare i cittadini disperati ad ammazzarsi, e la prima governata dal centrodestra. Le altre tre — Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna — sono amministrate dalla sinistra, che almeno fa ciò che ha promesso ai propri elettori. Il primato veneto non è dunque un primato: è un tradimento politico e valoriale con data, ora e verbale.
Ieri a Palazzo Ferro Fini non è passata una legge di sinistra perché l'opposizione è stata più brava. È passata perché undici consiglieri della Lega e quattro della lista del presidente della Giunta l'hanno votata insieme a PD, Verdi-Sinistra, Cinque Stelle, Riformisti e civiche. Senza di loro, il testo non avrebbe avuto i numeri, come non li ebbe nel gennaio 2024, quando mancò un solo voto. Ieri ne sono sovrabbondati sei.
Il mandante politico
Luca Zaia non è un consigliere qualunque: è l’ex Governatore, e oggi presiede l'Aula, cioè l'organo che dovrebbe garantirne l'imparzialità. Ha scelto invece di fare campagna ideologica attiva. Alla vigilia ha scritto una lettera aperta ai veneti per dire che non si votava «sulla morte» ma «sulla libertà della persona», invitando i consiglieri ad anteporre la coscienza all'appartenenza: cioè a sciogliere la disciplina di partito, ma in una direzione sola. Poi ha presieduto la seduta, chiamato l'appello nominale e votato sì. A urne chiuse si è detto «orgoglioso di un Consiglio regionale che ha scelto di non voltarsi dall'altra parte».
Voltarsi dall'altra parte è esattamente ciò che è stato fatto. Rispetto ai malati che la Regione non assiste come dovrebbe. Rispetto agli elettori a cui la Lega aveva promesso il contrario. Rispetto al programma nazionale del proprio partito, che rifiuta esplicitamente ogni normativa a favore dell'eutanasia e del suicidio assistito e respinge «la visione per cui una vita è degna di essere vissuta solo se in forze ed in salute».
L'esecutore materiale
Alberto Stefani è presidente della Regione da pochi mesi. Fino a maggio considerava indebito l’intervento regionale sul tema. Ma la pressione di Zaia è stata troppo forte. Così ha depositato otto emendamenti e dato parere favorevole a diciassette dei ventotto correttivi del centrosinistra, presentando il risultato come una normativa più restrittiva del testo originario e persino ispirata al «favor vitae».
È la formula con cui si fa digerire l'inaccettabile: si tolgono alcune virgole per poter votare tutto il resto. L'obiezione di coscienza per i sanitari, il palliativista con parere non vincolante, un Comitato regionale di bioetica che ancora non esiste. Nessuno di questi correttivi impedisce a un solo paziente di ricevere il farmaco letale a spese del servizio sanitario pubblico. Servivano a procurare voti, e li hanno procurati. Stefani ha votato sì.
A chi in Veneto ha creduto alla parola "restrittivo" va detto con chiarezza: una legge non diventa buona perché è meno peggio della sua prima stesura. Diventa legge.
Come hanno votato i partiti
Il voto è stato palese, per appello nominale, con dichiarazione di ciascun consigliere.
32 favorevoli: 11 consiglieri della Lega, 4 della lista Stefani, 1 di Forza Italia e i 16 dell'opposizione. Tra loro Luca Zaia, il presidente Alberto Stefani, l'ex vicepresidente della Giunta Elisa De Berti, il capogruppo della lista Stefani Matteo Pressi e, per Forza Italia, il vicentino Jacopo Maltauro.
14 contrari: tutti i 9 di Fratelli d'Italia, 2 di Resistere Veneto, 2 della Lega (Andrea Tomaello e Filippo Rigo) e Stefano Valdegamberi di Futuro Nazionale.
5 astenuti: 1 della Lega, 1 della lista Stefani, 2 di Forza Italia — tra cui il capogruppo Alberto Bozza — e Eric Pasqualon dell'UDC.
Chi ha tenuto
In quell'Aula qualcuno non si è piegato.
Seguendo l’incoraggiamento a favore della vita giunto da Maddalena Morgante, responsabile del Dipartimento Famiglia e Valori non negoziabili del partito, Fratelli d'Italia ha votato contro compatta, tutti e nove i consiglieri, senza cercare l'alibi della libertà di coscienza e senza scomporsi davanti al pressing del presidente dell'Assemblea.
Il capogruppo Claudio Borgia aveva tentato fino all'ultimo la strada procedurale per riportare il testo all'iter ordinario; Elena Donazzan aveva chiesto pubblicamente alla maggioranza di fermare la legge, chiamando in causa per nome Stefani e Zaia; Claudia Barbera e Anna Leso hanno votato no. In una giornata in cui la disciplina di partito è stata evocata solo per allentarla, un gruppo intero ha scelto di rispondere del proprio voto come gruppo.
Contro ha votato anche Stefano Valdegamberi, unico consigliere di Futuro Nazionale, che si era esposto pubblicamente già nei giorni precedenti e aveva tentato anch'egli di rallentare l'iter, pagando il prezzo dell'isolamento. Un voto solo, ma pesa quanto quelli mancati altrove.
E hanno tenuto i due consiglieri della Lega che hanno detto no — Filippo Rigo e Andrea Tomaello — insieme ai due di Resistere Veneto. A loro il merito più difficile: dire no dentro il gruppo che stava dicendo sì.
Il bluff sulla ‘libertà di coscienza’
Ci hanno raccontato per settimane che si andava al voto libero. Ma la cronaca della vigilia registra consiglieri di Forza Italia in attesa delle «indicazioni del segretario nazionale e di quello regionale». E la libertà di coscienza, guarda caso, è stata invocata soltanto dai partiti che dovevano giustificare un sì, mai da chi doveva giustificare un no.
Forza Italia merita un capitolo a parte, e non assolutorio. Il gruppo azzurro si è nascosto: un voto favorevole e due astensioni. Nel 2024 aveva votato contro quasi per intero. In una legge passata per sei voti, l'astensione non è neutralità: è il modo di non opporsi senza doverlo ammettere. Chi si astiene su una legge che organizza la morte di un uomo ha già scelto, semplicemente non vuole firmare.
Non è una battaglia “liberale”
C'è un ultimo alibi da smontare: che il suicidio assistito sarebbe una conquista di libertà, e quindi ospitabile in una cultura di centrodestra. Il liberalismo nasce per limitare il potere dello Stato sulla vita dei cittadini, non per estenderlo fino alla somministrazione della morte.
Qui accade l'opposto: una commissione pubblica valuta i requisiti, un'azienda sanitaria istruisce la pratica, un funzionario stabilisce se quella vita rientri nei parametri. Chiamare libertà l'ingresso della burocrazia nella morte di un uomo è un abuso di parole.
E una scelta è libera solo quando esistono alternative concrete. Un malato senza terapia del dolore adeguata, che attende mesi l'assistenza domiciliare e teme di pesare sulla propria famiglia, non sceglie tra la vita e la morte: sceglie tra la morte e l'abbandono. La legge approvata ieri fissa tempi certi per la commissione medica. In Veneto nessun termine è mai stato fissato per l'accesso a un hospice.
Resta ciò che il centrodestra dovrebbe essere per definizione: la parte politica che conosce il peso dei precedenti. Ogni ordinamento che ha introdotto la morte assistita ha visto i requisiti allargarsi, mai stringersi. Chi ieri ha votato sì credendo di aver fissato un limite ha fissato un punto di partenza — i promotori lo hanno già detto in Aula, contestando i correttivi come vincoli che «le altre regioni non hanno inserito». Il prossimo passo è chiederne la rimozione.
Ce ne ricorderemo
Chi si presenta agli elettori dicendo una cosa e in Aula ne vota un'altra non ha esercitato una coscienza: ha violato un mandato. La Lega veneta ha chiesto voti sulla base di un bagaglio valoriale e politico che non prevedeva aiutare i cittadini a uccidersi, li ha ottenuti, e con quei voti ha fatto approvare il suicidio assistito. Non è un cambio di opinione, è un contratto disatteso. E un contratto disatteso non si sana con un comunicato: si sana togliendo a chi lo ha violato ciò che gli era stato dato. I voti.
Ai veneti che hanno votato Lega credendo di difendere la vita va detto senza giri di parole: quel voto è stato usato contro di voi, contro i vostri cari più fragili. E a chi ha votato Forza Italia: il vostro gruppo non ha avuto neppure il coraggio di opporsi. Finché quelle scelte resteranno agli atti senza che nessuno ne risponda, in Veneto quei partiti non meritano un solo voto in più.
Non per rappresaglia: per coerenza elementare. Si vota chi mantiene la parola data.
E nessuno pensi che finisca a Venezia. Già ieri sera Più Europa chiedeva a Giorgia Meloni di aprire il percorso per una legge nazionale, e Carlo Calenda additava il ritardo del Parlamento.
Da oggi l'argomento sarà uno solo, ripetuto in ogni aula: «lo hanno votato anche loro». Il primo effetto della legge veneta non si vedrà negli ospedali del Veneto, si vedrà a Roma. Chi ieri ha alzato la mano non ha deciso per cinque milioni di veneti: ha spostato il baricentro di una battaglia che riguarda sessanta milioni di italiani.
Se ne assumerà la responsabilità davanti a tutti.