Il 25 agosto scorso è morto suicida, a Giussano, Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva. Davanti alla sofferenza e al suicidio di un uomo non c'è nulla da commentare: c'è da tacere e pregare per la sua anima. Ma sulle decisioni delle istituzioni pubbliche che hanno reso possibile e facilitato quell'esito, il silenzio non è rispetto. È acquiescenza morale. Quello lombardo non è il terzo caso di una serie. È il primo in cui il Servizio sanitario regionale ha organizzato l'intera fase attuativa: personale, farmaco, strumentazione, modalità di autosomministrazione, assistenza, individuazione del luogo. Nei due precedenti l'ospedale si era limitato a fornire il farmaco. Una soglia che, una volta attraversata, diventa precedente operativo: da domani vale per tutti.
Chi lo ha deciso? Non il Consiglio regionale
Il 19 novembre 2024 il Consiglio regionale, con i voti del centrodestra, ha approvato una questione pregiudiziale di costituzionalità sulla proposta popolare "Liberi Subito", dichiarando che la Regione non aveva competenza in materia. Il Consiglio di Stato, il 26 maggio 2026, ha confermato che quello stop era legittimo. L'organo elettivo, l'unico che risponde ai lombardi, aveva detto no. Il 13 maggio 2026 la Giunta ha approvato le "indicazioni operative" firmate dall'assessore al Welfare Guido Bertolaso: tempi, procedure e requisiti per chi chiede il suicidio medicalmente assistito e per gli ospedali che devono gestirlo. Un atto amministrativo. Nessun voto d'Aula. Tre mesi dopo, quel documento ha prodotto il suo primo risultato.
Ciò che il Consiglio aveva rifiutato di fare per legge, l'esecutivo lo ha fatto per circolare. Fontana, del resto, si è smentito da solo. Aveva dichiarato che la Lombardia non può normare sul suicidio medicalmente assistito, a maggior ragione dopo che la Corte costituzionale «ha fatto a pezzi la legge della Toscana». Poche settimane dopo annunciava le linee guida, difendendole con un argomento che non tocca il merito: servono a proteggere i dirigenti sanitari. Tradotto: la Regione non ha competenza, ma detta le regole. E la ragione ultima non è la tutela dei malati, è la tutela dell'amministrazione dal contenzioso.
Le critiche ci sono. Mancano gli atti
Nella maggioranza qualcuno il problema lo ha visto, e lo ha detto per primo. Matteo Forte, consigliere di Fratelli d'Italia e presidente della commissione Affari istituzionali, ha parlato di «errore politico» e di rischio di un «federalismo della morte»; sul caso Zuccarella ha osservato che le linee guida «non riflettono pienamente l'indirizzo politico espresso dal Consiglio regionale con il voto del 19 novembre 2024» e che il rischio è che il Servizio sanitario assuma un ruolo estraneo alla propria missione, che è curare e tutelare la vita. Non è una voce del tutto isolata. Anche i consiglieri della Lega, il partito del presidente, hanno preso le distanze: il tema «non può essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione, creando disparità territoriali su questioni che riguardano la vita e la dignità della persona». Forza Italia è l'unica voce apertamente favorevole, coerente con la linea estremista pro-eutanasia imposta al partito a livello nazionale da Marina Berlusconi. La componente più larga della maggioranza lombarda giudica dunque sbagliato l'atto che la Giunta continua a tenere in piedi.
Lo scavalcamento, del resto, lo certifica la controparte. L'Associazione Luca Coscioni ha scritto il 12 maggio che le linee guida sono «l'ennesima conferma della piena competenza regionale in materia, smentendo così quanto stabilito dal Consiglio regionale (che aveva votato la propria incompetenza)», e ha aggiunto: «Se non fosse competenza regionale, Bertolaso starebbe semplicemente compiendo un abuso». Va ricordato che quelle linee guida hanno valore non vincolante: la Giunta non era obbligata a nulla. Ha scelto.
Dove avanza il fine vita, governa la Lega
C'è poi un dato che merita di essere detto senza giri di parole. Il programma nazionale della Lega rifiuta esplicitamente ogni normativa a favore dell'eutanasia e del suicidio assistito, contro «la visione per cui una vita è degna di essere vissuta solo se in forze ed in salute». Eppure le due regioni in cui in questi giorni la morte assistita fa passi avanti sono entrambe guidate dal Carroccio. In Lombardia un presidente leghista ha firmato le linee guida che il suo stesso gruppo consiliare critica. In Veneto domani, martedì 1 settembre, il Consiglio regionale vota una legge sul suicidio assistito con il sostegno esplicito di Luca Zaia, che ha scritto ai veneti auspicandone l'approvazione. Non è una coincidenza, ed è più grave di una divergenza tattica. Un partito che a Roma promette una cosa e nelle regioni che amministra ne consente un'altra non ha una linea: ha un alibi. E il conto, prima o poi, lo presentano gli elettori che a quella promessa avevano creduto.
Cosa deve succedere adesso
Una posizione politica che non produce atti non è una posizione: è un'opinione. La strada è una sola e non richiede acrobazie: mozione in Aula per la revoca delle linee guida, voto palese. Ciascuno metta il proprio nome accanto alla propria posizione. Se la maggioranza le conferma, i lombardi sapranno che quel documento non è di un tecnico, ma suo. Se le revoca, il Consiglio si riprende ciò che gli è stato tolto per delibera. Ogni via intermedia è il modo elegante di lasciare che le cose accadano.
Nessuna legge era necessaria. E nessuna lo sarà
Zuccarella è morto senza alcuna legge regionale: la Lombardia non ne ha una. Una legge non serve dunque a rendere possibile ciò che è già avvenuto tre volte. Serve ad altro, e lo dicono apertamente: Filomena Gallo e Marco Cappato chiedono l'approvazione di "Liberi Subito" anche «per evitare che un futuro assessore alla Salute possa disfare tutto con un tratto di penna». Rendere la scelta irreversibile, sottrarla per sempre al giudizio degli elettori. Il 15 settembre l'Associazione depositerà oltre 15.000 firme, contando sul fatto che l'Aula non potrà più opporre la pregiudiziale del 2024. L'annuncio è arrivato il 27 agosto: due giorni dopo la morte di Domenico, e dopo che Bertolaso aveva ricordato la volontà del paziente che la sua morte non venisse strumentalizzata.
L'asimmetria che dice tutto
In Lombardia esiste un atto che fissa in 145 giorni il termine massimo del procedimento per morire. Non esiste alcun atto che fissi un termine massimo per accedere alle cure palliative, alla terapia del dolore, all'assistenza domiciliare per un malato cronico o per una persona con disabilità grave. È questa asimmetria a definire le priorità reali di una classe dirigente. Ed è su questa che chiediamo alla Regione Lombardia di rispondere: ritirare le linee guida e destinare ogni risorsa disponibile alle cure palliative e all'assistenza ai malati cronici e alle persone con disabilità. Chi ha già detto pubblicamente che la Giunta ha scavalcato l'Aula merita di non restare solo. Tutti gli altri hanno un'occasione per dimostrare di pensarla davvero così. Perché qui la distanza tra le parole e gli atti non è una questione di stile politico: è, letteralmente, una questione di vita o di morte.