Domani, martedì 1 settembre il Consiglio regionale del Veneto torna a votare la proposta di legge di iniziativa popolare dell'Associazione Luca Coscioni sul suicidio medicalmente assistito. Non è un adempimento tecnico e nessuno, a Palazzo Ferro Fini, finge che lo sia: è una scelta politica, e a spingerla con più forza è il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia, che alla vigilia ha diffuso una lettera aperta ai veneti per dire che l'Aula «non è chiamata a votare sulla morte, ma sulla libertà della persona», augurandosi apertamente che «questa volta si possa arrivare all'approvazione della legge».
Cosa prevede il testo
L'impianto è quello che l'Associazione Coscioni ha replicato in tutte le Regioni: procedure, organi e tempi per l'accesso alla somministrazione del farmaco letale dentro il servizio sanitario regionale. Una commissione medica in ciascuna Ulss verifica i requisiti, il servizio sanitario regionale accompagna il paziente «in ogni fase del percorso», la prestazione è a carico pubblico. I termini perentori originari — venti giorni per l'accertamento, dieci per la commissione — sono stati cancellati in corsa dagli emendamenti concordati fra il comitato promotore e il centrosinistra, sostituiti da formule generiche, per evitare la scure della Corte costituzionale.
Sul tavolo ci sono poi tre emendamenti della Giunta Stefani: libertà di coscienza per il personale sanitario, un palliativista in commissione con parere obbligatorio ma non vincolante, linee guida affidate a un Comitato regionale di bioetica che ancora non esiste. Sono i correttivi pensati per raccogliere i voti mancanti. Non cambiano la natura della legge: la rendono votabile. È il classico meccanismo per cui una garanzia formale serve a far passare la sostanza.
Non esiste alcun obbligo di legiferare
Qui sta il punto che nessuno, in maggioranza, ha il coraggio di dire. Nessuna sentenza della Corte costituzionale impone alle Regioni di adottare una legge sul suicidio assistito. Al contrario: con la sentenza 204/2025 sulla legge toscana e con la 148/2026 sulla legge sarda la Consulta ha demolito una dopo l'altra numerose disposizioni regionali, ricordando che la legge regionale non può agire «in via suppletiva della legislazione statale, per così dire ‘impossessandosi’ dei principi ordinamentali individuati da questa Corte». Il Veneto non sta colmando un vuoto: sta occupando uno spazio che la Corte ha già dichiarato non suo.
E soprattutto: le pronunce del 2019 sono, purtroppo, già autoapplicative. In Veneto ci sono state richieste, verifiche delle Ulss e casi conclusi. Il primo veneto ad ottenere l'accesso legale al suicidio assistito lo ottenne senza alcuna legge regionale. La procedura, dove è stata attivata, ha tragicamente funzionato. Dunque una legge regionale non serve a rendere possibile ciò che già accade: serve a istituzionalizzarlo, pubblicizzarlo e moltiplicarlo. Ogni Paese che ha normato la morte assistita ha visto i numeri crescere, anno dopo anno, senza eccezioni. Una legge non regola un fenomeno: lo induce.
La Lega contro il programma della Lega
Il dato politico più grave è però un altro. Il programma nazionale della Lega dice esattamente il contrario di ciò che i suoi consiglieri veneti si apprestano a votare: rifiuto esplicito di ogni normativa a favore dell'eutanasia e del suicidio assistito, contro «la visione per cui una vita è degna di essere vissuta solo se in forze ed in salute». Nel 2024, quando la stessa proposta fu bocciata per un solo voto — 25 favorevoli, 22 contrari e tre astensioni che pesarono come no, su 26 richiesti — la spaccatura della Lega era già visibile. Oggi quella spaccatura viene sanata verso il basso, sotto la regia di Zaia. Non è un caso isolato, è un inseguimento. Forza Italia ha assunto a livello nazionale la battaglia per il suicidio assistito: il senatore Pierantonio Zanettin, vicentino, relatore del testo base al Senato, ne ha fatto una bandiera; la capogruppo Stefania Craxi ha impresso l'accelerazione; Marina Berlusconi ne ha fornito la copertura culturale. La Lega, invece di marcare la differenza, si accoda. Rinuncia all'unica cosa che i suoi elettori le chiedevano su questi temi: dire no. Poi ci si stupisce che i sondaggi premino chi quel no lo dice ancora. Il programma di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci si oppone esplicitamente a «eutanasia e omicidio del consenziente» e chiede l'applicazione piena della legge sulle cure palliative. Si può giudicare come si vuole quel progetto politico: resta il fatto che quando un partito abbandona una posizione, gli elettori che ci credevano non svaniscono. Cambiano indirizzo. La Lega veneta sta consegnando a mani nude un pezzo del proprio elettorato, e martedì rischia di firmarne la ricevuta.
Fratelli d'Italia tenta di arginare la deriva
Che non si tratti di una fatalità lo dimostra chi, nella stessa coalizione, non ha cambiato idea. Maddalena Morgante, deputata veronese di Fratelli d'Italia e responsabile nazionale del Dipartimento Famiglia e Valori non negoziabili, ha indirizzato a Stefani una lettera aperta che non lascia margini: «Caro presidente Stefani, rivolgendomi alla tua sensibilità, che noi veneti conosciamo bene, vorrei dirti questo: restiamo fedeli alla Vita senza compromessi». Il suicidio assistito, aggiunge, è «sempre un fallimento sociale», perché «dovere dello Stato è curare e alleviare le sofferenze, non eliminare il sofferente». E ricorda il nodo che a Palazzo Ferro Fini si preferisce ignorare: «Alcune Regioni, tra cui il Veneto, si sono già espresse in materia ribadendo che non è compito delle Regioni legiferare su un tema così delicato».
Ciò che manca davvero
Nessuno, in questo dibattito, ha spiegato perché il Veneto abbia più urgenza di normare la morte che di garantire le cure. È la stessa Corte costituzionale, nella sentenza 204/2025, a richiamare il diritto della persona «a essere curata efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell'arte medica, anche attraverso la concreta messa a disposizione di cure palliative efficaci». Su quel fronte non servono leggi manifesto: servono posti letto, hospice, personale, reti territoriali. Tutto ciò che si può finanziare oggi, senza chiedere a nessuno di morire prima. Domani, quindi, il Veneto non sceglierà tra libertà e divieto. Sceglierà se aggiungere, alle cose che il servizio sanitario pubblico non riesce ancora a garantire, l'unica prestazione che non fallisce mai, il suicidio. E c'è un'ironia amara che nessuno, a Palazzo Ferro Fini, sembra aver notato: la prima ad avvalersi di questa legge sarà proprio la Lega. Non in una corsia d'ospedale, ma nelle urne. Un partito che rinnega il proprio programma per rincorrere gli avversari non viene punito dagli avversari: si toglie di mezzo da solo. È il primo caso di suicidio politico medicalmente assistito: il farmaco se lo somministra la Lega veneta, la ricetta l'ha firmata il dottor Luca Zaia.