16/08/2019

Utero in affitto, questo sconosciuto. Tutto quello che c’è da sapere

L’orrenda pratica dell’utero in affitto, noto anche come gestazione per altri o maternità surrogata, è una tecnica di procreazione assistita nella quale la madre surrogata s’impegna a portare a termine una gravidanza su commissione di altri. Esistono sostanzialmente due tipologie di maternità surrogata: tradizionale e gestazionale.

La prima, anche nota come surrogazione di maternità genetica o parziale, prevede l’inseminazione naturale artificiale della madre surrogata. Pertanto, l’ovulo che darà origine all’embrione apparterrà a quest’ultima, mentre gli spermatozoi possono provenire dal genitore designato, oppure da un donatore.

Nel primo caso, il nascituro sarà correlato geneticamente sia al genitore che ha fornito i gameti maschili, sia alla madre surrogata. Nel secondo caso, invece, il nascituro non sarà correlato geneticamente ad alcuno dei genitori designati, ma sarà correlato geneticamente alla madre surrogata e al donatore (esterno alla coppia) che ha fornito i gameti maschili.

Nella maternità surrogata gestazionale, la madre surrogata non è correlata geneticamente al nascituro o ai nascituri, poiché si utilizzano i gameti maschili e/o femminili degli aspiranti genitori e/o i gameti femminili e/o maschili di uno o più donatori. In questo caso, pertanto, si effettua la fecondazione in vitro e, in nessun caso, il bambino o i bambini che nasceranno saranno geneticamente correlati alla madre surrogata. In teoria, in Italia, il ricorso alla gestazione per altri è una pratica vietata a tutti dalla legge 40.

Ho scritto in teoria perché non molto tempo fa, la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) è intervenuta sul caso di due bambine nate in California tramite maternità surrogata che non avevano alcun legame biologico con la moglie del padre, riconosciuta però negli Stati Uniti come genitore a tutti gli effetti.

Inizialmente, le autorità francesi (la Francia era il loro Paese di provenienza) avevano riconosciuto solo il padre come genitore con cui c’era un legame biologico, ma poi la Cassazione francese aveva chiesto un parere alla CEDU. Ebbene, la Corte decise all’unanimità che un bambino nato all’estero da madre surrogata, doveva essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori in base al suo diritto al rispetto della vita privata che è da ritenersi preliminare rispetto alla salvaguardia dai rischi di abusi connessi alla maternità surrogata.

Con questa decisione del 10 aprile scorso, in un Paese in cui la gestazione per altri è legale, lo Stato di origine deve riconoscere il rapporto di filiazione, anche se la tecnica è vietata dalle sue leggi nazionali.

Questo quindi vuol dire che di fatto l’Italia dovrà riconoscere come padre/madre del bambino qualcuno che genitore biologico non è, ed invece di disincentivare quest’orrenda pratica, rende più facile il riconoscimento anagrafico.

Perché ho scritto pratica orrenda? Perché è questo l’utero in affitto. Il corpo di una donna viene sfruttato come fosse una macchina per procreare, appena nato il bambino le viene strappato via (come se non si fosse instaurato nessun legame in quei nove mesi di gravidanza).

Tra la madre surrogata e la coppia viene stipulato un vero e proprio contratto che, oltre agli altissimi costi (parliamo di diverse migliaia di euro) in alcuni casi, come nei contratti in California, è possibile abortire il bambino fino alla diciottesima settimana per qualunque desiderio dei compratori.

Il bambino viene considerato come un vero e proprio prodotto, un pacco di Amazon che deve essere recapitato secondo i desideri dei genitori. Se il pacco sarà “;difettoso”, può essere benissimo mandato indietro (cioè ucciso).

Queste sono le parole di Natasha, una madre surrogata la cui storia è raccontata nel libro Madri comunque di Serena Marchi: «Mi chiamo Natasha, ho ventinove anni, sono sposata da undici e sono mamma di un bambino di nove (…). Sono una macchina perfetta per procreare. Non lo dico io. Me lo ripetono i medici della clinica Biotexcom di Kiev, una delle più famose strutture in cui è possibile praticare la maternità surrogata (…). Io ho un solo figlio, la più grande gioia della mia vita. Gli altri che ho messo al mondo sono i figli di qualcun altro. Non mi ricordo né il giorno in cui sono nati né se erano maschi o femmine, nemmeno quanto pesavano. [...]».

La donna si definisce “;macchina perfetta per procreare”. L’utero in affitto ha trasformato le donne, la maternità, la gravidanza in un sistema per fare soldi e la donna in un automa a pagamento.

Il bambino che dovrebbe essere un dono da accogliere ed il frutto dell’amore, diventa un prodotto da assemblare a proprio piacimento.

Noi non ci stiamo con questa cultura e con questa società che sta puntando alla legalizzazione di questa pratica orrenda ed a gran voce chiediamo interventi chiari e netti da parte dei nostri politici per condannare questa barbarie.

Chiara Chiessi

 

 

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