L’utero in affitto – più noto anche come “maternità surrogata”, anche se c’è chi lo edulcora chiamandolo “gestazione per altri” – è un fenomeno che spacca in due il mondo in maniera trasversale. Se l’Italia, notoriamente, si è schierata tra gli ordinamenti più nettamente contrari – anzi, la più contraria – includendola tra i reati universali, vi sono altri Paesi europei e occidentali che invece l’hanno regolamentata. Infatti, secondo un report dell’Associazione Luca Coscioni (che sappiamo essere favorevole alla pratica), in tutto il mondo sono 65 gli Stati che hanno legalizzato l’utero in affitto, di cui 35 nella forma cosiddetta e fantomatica “solidale”. È curioso notare come tra i Paesi che la ammettono vi siano Regno Unito, Israele, Usa, Belgio, nonché la cattolicissima Irlanda. A questi vanno aggiunti Armenia, Bielorussia, Georgia, Russia, Ucraina, Sudafrica, Romania e Brasile. Da questo primo, veloce quadro sembra quindi che la “liceità” o meno dell’utero in affitto all’interno di un ordinamento statuale, dunque, non abbia nulla o abbia poco a che vedere con l’opulenza o la povertà di quel Paese, né con il suo livello di democrazia. Ha a che vedere, piuttosto, con il business. Al riguardo, infatti, vi sono alcuni numeri che parlano chiaro.
Un business multimiliardario
Secondo un rapporto di Global Market Insights, nel 2022, la cosiddetta “Gpa commerciale” ha fruttato 14,4 miliardi di dollari e si stima che potrebbe raggiungere i 129 miliardi di dollari nel 2032. Solo negli Stati Uniti il costo di una procedura varia tra 80mila e 150mila dollari, di cui tra i 25 e i 35mila vanno alla donna “portatrice”, mentre in Ucraina varia da 31mila a 48mila dollari, di cui tra i 14 e i 17mila vanno alla donna.
Chi è contro
Nonostante tutto, però, l’Italia sembra ormai da tempo aver trovato un inaspettato e prezioso alleato nelle Nazioni Unite. Nell’ottobre 2025, infatti, Reem Alsalem, relatrice speciale all’Onu sulla violenza contro le donne e le ragazze, ha illustrato il suo rapporto sulla maternità surrogata durante la Quarta Conferenza Mondiale sulle donne svoltasi presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione Alsalem denunciò la dinamica della scelta delle madri surrogate che rischierebbe di «rinforzare stereotipi coloniali e discriminatori», lanciando pertanto un appello ad istituire «una piattaforma intergovernativa per discutere delle conseguenze negative della maternità surrogata». Contestualmente, la relatrice elogiò la presa di posizione dell’Italia «pronta a fare tutto il necessario per promuovere una messa al bando globale della pratica in tutte le sue forme». Secondo Alsalem, inoltre, «non esiste alcun diritto umano internazionale ad avere un figlio come parte dei diritti riproduttivi». «Anche la fantomatica distinzione tra “maternità surrogata altruistica e commerciale”», aggiunse la relatrice Onu, «non è reale: il rimborso nel caso della prima è così elevato che costituisce di fatto un pagamento commerciale e non possiamo parlare di autonomia o consenso quando le donne ritengono che la Gpa sia la loro unica opzione economica».
Smontata la propaganda di chi è favorevole
Se da un lato i movimenti progressisti come la già citata Associazione Luca Coscioni spingono per una liberalizzazione dell’utero in affitto, nella convinzione che ciò allontanerebbe il rischio di mercato nero e abusi, Alsalem ha fatto notare come una legislazione frammentata ed eterogenea a livello internazionale stia inducendo i potenziali genitori a spostarsi «dove ci sono meno leggi, meno garanzie e le opzioni più economiche. Più normalizziamo e legalizziamo la maternità surrogata, più aumenteremo la domanda e gli abusi».
L’azione di Pro Vita & Famiglia
In tutto ciò si instaura l’attività di Pro Vita & Famiglia, da sempre impegnata nel contrasto a questa pratica barbara e disumana. Una delle ultime azioni, in ordine di tempo, è stata quella di intervenire – lo scorso 19 novembre – al convegno “La maternità surrogata: una sfida etica e politica per l’Europa”, promosso dal gruppo ECR al Parlamento europeo, a Bruxelles, per chiedere alla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen di promuovere un divieto assoluto della pratica a livello europeo. Proprio in tale occasione la portavoce di PVF, Maria Rachele Ruiu, ha consegnato una petizione di oltre 22mila firme proprio alla relatrice Reem Alsalem. Due anni prima, invece, nel luglio 2023, Pro Vita & Famiglia era intervenuta con un’altra petizione per fermare la proposta di regolamento europeo sulla genitorialità transfrontaliera, che avrebbe spalancato le porte a ogni forma di maternità surrogata, compresa quella commerciale, pur condannata dal Parlamento europeo.