28/05/2026 di Luca Marcolivio

Ecco come stanno tentando di sdoganare l’utero in affitto

La vicenda personale raccontata da una scrittrice riaccende il dibattito sull’utero in affitto: ecco come la gestazione sembra normalizzata attraverso media e narrazioni emotive.

Il ricorso all’utero in affitto (o gestazione per altri nella versione edulcorata) è qualcosa di ormai abbondantemente - purtroppo - sdoganato se pensiamo al mondo dello spettacolo e dei vip. Come dimenticare infatti, ahinoi, i casi di Elton John o Tiziano Ferro o di politici italiani come Nichi Vendola e Sergio Lo Giudice. La pratica è tuttavia diffusa anche tra le coppie eterosessuali, il che non ne sminuisce la portata aberrante. È infatti questo il caso della scrittrice Chiara Tagliaferri che, assieme al marito Nicola Lagioia, ha raccontato la sua esperienza in un libro e, negli ultimi giorni, in giro tra tv e reel.

L’utero in affitto spacciato come “soluzione”

La narrazione è quella che parte dalla sofferenza di non riuscire a dare alla luce un figlio, né in maniera naturale, né tramite la fecondazione eterologa. Si passa quindi poi al racconto del lungo iter per ottenere una bambina nata negli Stati Uniti dopo due anni di trafila. Una bambina che, per sua stessa ammissione, ha “tre madri” e che, afferma la scrittrice, ha avuto con la «ovodonazione» da parte di una donna, il cui ovocita (fecondato dallo sperma del marito) è stato impiantato nell’utero di una terza donna descritta come «meravigliosa e fiera».

Un mix di “genitori”

In un’intervista a Realpolitik, la scrittrice ha parlato inoltre di una «alleanza d’amore» tra tutti i “genitori” legali, naturali e surrogati. Sembra quindi che questa intensa presenza mediatica, unita alla promozione del libro autobiografico, sia quasi parte di una strategia per sdoganare, sostenere e, a tutti gli effetti, promuovere una pratica - la cosiddetta ed edulcorata “gestazione per altri” - che ricordiamo essere non solo illegale in Italia, ma anche sancita dal nostro Parlamento come reato universale; dunque, c’è la punibilità per quei cittadini italiani che lo commettono all’estero.

Una narrazione edulcorata

In tutto questo, ci sembra di leggere una narrazione che fa però leva anche su alcuni elementi “nuovi”: in primo luogo abbiamo a che vedere con una coppia, in fin dei conti, poco nota, eterosessuale e sposata, quindi con un maggior coefficiente di “identificabilità” rispetto a coppie - omosessuali e non - arcinote, percepite come lontane dal vissuto delle persone comuni. L’altro fattore strategico, come già accennato, è la sofferenza - naturale e condivisibile - che nasce nella coppia quando un figlio non arriva: qui l’elemento empatico e identificativo è molto forte. Non sembra dunque un caso che, svelando pubblicamente la sua vicenda personale, la scrittrice abbia affermato che «il privato è politico», rispolverando un vecchio schema post-sessantottino, per la verità mai tramontato. Il messaggio sembra quindi più che mai esplicito: il reato universale di gestazione per altri è presentato come un divieto ingiusto e crudele.

La replica di Varchi (FdI)

Il dibattito emerso da questa storia ha suscitato anche il commento della deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi, prima firmataria del disegno di legge che sancì il reato universale di utero in affitto. «Al netto delle singole situazioni personali, nei cui confronti c’è il massimo rispetto, non posso tacere rispetto al fatto che una posizione personale non può assurgere a verità assoluta», ha dichiarato in un’intervista ad Adnkronos. «Le donne non sono in affitto, i bambini non si comprano e questo deve valere in tutto il mondo».

 

 

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