Poteva mancare alla Biennale di Venezia uno sbandamento etico, addirittura pro utero in affitto? No, purtroppo evidentemente non poteva. E infatti è possibile imbattersi in una forma, per quanto indiretta e pseudo-raffinata, di propaganda di detta pratica nel Padiglione del Giappone alla manifestazione veneziana, dove si trova il «percorso immersivo» della mostra Grass Babies, Moon Babies a cura dell’artista nippo-americano Ei Arakawa-Nash.
I 100 bambolotti
Nel dettaglio, tale «percorso immersivo» prevede che il visitatore possa prendersi cura di uno degli oltre 100 bambolotti con gli occhiali da sole. Chi passa nel Padiglione, infatti, è invitato a prendersi cura di un bambolotto, portarlo con sé durante la visita, gestendone la presenza, insomma, svolgendo a pieno titolo un compito genitoriale. Fin qui nulla di male, anzi. Grass Babies, Moon Babies sembrerebbe anche meritevole di un plauso. Peccato che quest’opera nasca «dalla storia personale dell'artista queer Ei Arakawa-Nash, modello di diaspora, priva di cittadinanza giapponese. Una condizione raramente tematizzata nel padiglione nazionale. A questa si aggiunge l’esperienza recente della genitorialità, con la nascita di due gemelli attraverso maternità surrogata, che diventa matrice concettuale del progetto». Chiaro? La maternità surrogata, cioè l’utero in affitto, è addirittura «la matrice concettuale del progetto». Che, a questo punto, da incoraggiante che era assume tutt’altro aspetto; diciamo pure un aspetto sinistro.

L’artista queer
In effetti, basta una veloce ricerca per scoprire come «l’artista queer» Ei Arakawa-Nash abbia una storia personale molto articolata: «sposato» con l’americano Forrest Arakawa-Nash — fondatore della Contemporary Art Library e suo partner da anni — è «padre» di due bambini, nati nel dicembre 2024 da donazione di ovuli e maternità surrogata tra California e Texas. Quella che sperimentano i visitatori del Padiglione nipponico è dunque non un’esperienza positiva di accudimento della vita di un neonato, bensì una riproduzione della «genitorialità queer pianificata e supportata da tecnologie riproduttive». Ora, tutto questo appare grave per numerosi motivi. Anzitutto perché in Italia non solo l’utero in affitto è reato, ma è stato pure dichiarato dal nostro Parlamento reato universale. Più che un «percorso immersivo», quello di Ei Arakawa-Nash sembra dunque quasi un invito a trasgredire le leggi dello Stato oltre che della natura. In effetti, il punto più debole di Grass Babies, Moon Babies — soprattutto una volta che si apprende della logica che vi sta dietro — è che si tratta di una presentazione ideologica, che non invita ad accudire un neonato ma a trattarlo come se non avesse una madre; come se si potesse prelevare una giovane vita e portarla con sé, senza che questa abbia radici o relazioni.
La nuova forma di schiavitù
Tutto questo è molto grave anche perché, in realtà, non va tanto e solo a vantaggio del diritto del più forte — cioè colui che può permettersi il ricorso alla maternità surrogata —, ma anche di un settore dove girano al contempo soldi e neoschiavismo. Non lo dice qualche giornale conservatore e bigotto ma anche l’autorevole Wall Street Journal, che non più tardi dello scorso 27 dicembre ha pubblicato un lungo servizio a cura di Katherine Long in cui si denuncia che «la maternità surrogata è un business multimiliardario, ma le madri surrogate possono ritrovarsi con ingenti debiti». «Il fiorente settore della fertilità, nuovo obiettivo di fondi di private equity e altri investitori, è in gran parte non regolamentato», prosegue quell’articolo, «lasciando le donne che partoriscono con poche tutele finanziarie o legali». Ma di tutto questo, così come del dolore di un figlio strappato dal seno materno, alla Biennale di Venezia evidentemente non si parla. Forse per non disturbare il Padiglione del Giappone e l’opera di Ei Arakawa-Nash; più probabilmente, per non ricordare alla cultura dominante, che da decenni eleva i desideri a diritti, che ci sono cose che non hanno un prezzo e non si possono comprare: ovvero i neonati e il loro sacrosanto diritto a crescere con un padre e una madre.