22/10/2018

USA: nuova sentenza pro vita chiede di rovesciare Roe vs Wade

In molti, fino a ora, hanno esultato di fronte ai segnali d’oltreoceano favorevoli alla vita prenatale (provenienti dall’amministrazione Trump, sia dato atto), che lasciavano sperare in un dietro-front del diritto federale sulla questione dell’aborto. Altri, come il sottoscritto, si sono invece mantenuti costantemente scettici (chi dice per pessimismo, chi per realismo) di fronte all’ipotesi che il vento potesse davvero cambiare negli USA. Ora, nel giro di pochi giorni, due episodi “breaking” hanno veramente mischiato le carte, e dal nuovo mazzo può venir fuori qualsiasi cosa: come e quando, impossibile a dirsi, ma è il caso di prendere consapevolezza che le cose sono effettivamente diverse, oggi, negli Stati Uniti.

Dopo il primo, incoraggiante segnale, della conferma di Brett Kavanaugh (scagionato dalle accuse infamanti del mese scorso) alla Corte Suprema da parte del senato americano, arriva una nuova notizia importante: la Corte Suprema dell’Alabama ha decretato all’unanimità, nel caso Jessie Phillips contro lo Stato dell’Alabama, che «il valore della vita di un nascituro non è inferiore al valore della vita di altre persone», e dunque «i bambini non nati sono persone che hanno diritto alla piena e uguale protezione della legge». Il giudice Parker, in particolare, si è fatto promotore di una coraggiosa istanza verso la Corte Suprema: rovesciare Roe v. Wade.

«Esorto la Corte Suprema degli Stati Uniti a riconsiderare l’eccezione Roe e a superare questa aberrazione costituzionale», ha scritto il giudice, chiedendo alla Corte di «restituire il potere agli Stati per proteggere pienamente i più vulnerabili tra noi».

Jessie Phillips è stato condannato per l’omicidio della moglie e del figlio che questa portava in grembo, e aveva presentato appello sostenendo che non avrebbe dovuto ricevere la pena di morte perché il nascituro era di 6-8 settimane, pertanto da non considerare persona ai sensi del diritto; esattamente come il giudice Blackmun aveva scritto, a suo tempo, in Roe v. Wade, escludendo i bambini nel grembo materno dalla protezione costituzionale. In realtà il Brody Act dell’Alabama stabilisce esattamente il contrario, «con l’intento esplicito di affrontare proprio il tipo di doppio omicidio per cui Phillips è stato condannato», osserva il giudice Parker, aggiungendo che «i reati di Phillips erano capitali non perché uccideva una donna incinta, ma perché uccideva due persone».

Insomma la Corte Suprema dell’Alabama, ancora una volta, dopo i recenti casi del 2013 e del 2014, lancia un fortissimo segnale in difesa della vita, al fine di contribuire alla rimozione definitiva di quella che si presenta, nel quadro giuridico, come una «continua anomalia legale ed errore logico», secondo la definizione di Roe v. Wade data da Parker. In sinergia con la potenziale nuova compagine della Corte Suprema federale, questi segnali provenienti “dal basso”, sempre più frequenti e più forti, possono davvero costituire il punto di svolta nella storia dell’aborto legale in America. E un cambiamento di tale portata negli USA non potrà non avere conseguenze dirompenti nel resto del mondo

Vincenzo Gubitosi

Fonte: LifeSiteNews

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