Nel Regno Unito un minore di 16 anni non può - il che è giustissimo - avere un profilo sui social media, ma può addirittura già a 11 anni decidere di “cambiare sesso”. È questo l’ultimo grande paradosso del governo di Keir Starmer, che ha tra l’altro rassegnato le proprie dimissioni lo scorso 22 giugno. Da un lato dunque il governo inglese prende doverosamente le opportune contromisure riguardo l’iperdigitalizzazione, ordinando alle big tech come Apple e Google di implementare le funzionalità in materia di sicurezza su smartphone e tablet per rilevare e bloccare automaticamente immagini di nudo o sessualmente esplicite di minori di 18 anni. Dall’altro, però, fissa ad addirittura 11 anni la possibilità di partecipare a una sperimentazione clinica volta solo in teoria a buona causa, ovvero valutare i rischi e i benefici dei farmaci che bloccano la pubertà.
Bambini come cavie
Per quanto riguarda i giusti e sacrosanti divieti social ce ne siamo già di recente occupati, ma - come accennato - con quella doverosa misura di protezione dei bambini stride l’altra novità, che invece va proprio nella direzione opposta, ovvero di trattare i minori come vere e proprie cavie da laboratorio.
I bambini con presunta disforia di genere, con almeno 11 anni, potranno infatti partecipare a questa sperimentazione clinica con l’obiettivo di valutare rischi e benefici dei farmaci che bloccano la pubertà. È quanto stabilisce lo studio clinico Pathways, che viene ora ripreso secondo nuovi criteri, stando a quanto riporta la Bbc. Tale ricerca sperimentale era stata infatti inizialmente sospesa nel febbraio 2026, dopo che l’Agenzia di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (Mhra) aveva sollevato preoccupazioni in materia di sicurezza e suggerito di introdurre un’età minima di 14 anni. Ora si afferma invece, sulla base di un dibattito con il team di ricerca, che sarebbe utile rafforzare «una serie di misure di sicurezza», tra le quali abbassare ulteriormente il limite di età dei partecipanti allo studio sperimentale. E questo sebbene siano ancora in corso numerose azioni legali da parte di alcuni medici e attivisti che mettono in discussione, da fronti differenti, l’etica della sperimentazione e che dunque potrebbero ritardarne l’inizio. Pertanto i ricercatori del King’s College di Londra hanno concordato di non reclutare partecipanti fino al 1° agosto, proprio al fine di consentire lo svolgimento dei procedimenti legali. «Se ci sono questioni giuridiche che gli organi di controllo hanno trascurato è nell’interesse di tutti che queste vengano chiarite il prima possibile», ha dichiarato Jonathan Montgomery, docente di diritto sanitario presso l’University College di Londra.
Cosa prevede lo studio sperimentale
La ricerca sperimentale stabilisce sostanzialmente nuovi limiti di età per somministrare i bloccanti la pubertà e così cominciare il processo di transizione di genere: 11 anni per le bambine e 12 anni per i bambini. Nessun bambino potrà partecipare alla sperimentazione senza il consenso dei genitori e i giovani dovranno continuare a soddisfare tutti gli altri criteri di ammissibilità, tra cui «dimostrare una buona comprensione dell’intervento e dei suoi possibili benefici e rischi». Inoltre gli stessi ricercatori se da una parte affermano di essere disponibili ad «accogliere sempre con favore le critiche» nel merito degli studi che coinvolgano bambini e adolescenti, dall’altra riconoscono che «non ci sono modifiche sostanziali alla progettazione o alla conduzione» della sperimentazione. Infine, i ricercatori intendono fornire indicazioni più chiare su quando interrompere l’assunzione dei farmaci - ad esempio in caso di problemi relativi alla densità ossea, all’impatto sulle funzioni cerebrali o a sanguinamenti vaginali - e su come preservare la fertilità.
Le reazioni dei medici
Alcuni medici hanno sollevato diverse critiche sulla necessità di tale sperimentazione, sostenendo opportunamente che i bambini non possano dare un consenso pienamente informato a un trattamento che potrebbe compromettere la loro fertilità futura oltre che il loro stesso corpo. D’altra parte il divieto vigente di somministrare ormoni bloccanti la pubertà ai minori di 18 anni era stato voluto dopo la celebre Cass Review che già nel 2024 aveva evidenziato come la medicina di genere fosse fondata su «basi fragili» per quanto riguarda le prove a supporto dei trattamenti. La stessa dottoressa Cass aveva poi però anche dichiarato alla Bbc che la sperimentazione sui bloccanti della pubertà per i minori di 16 anni dovesse continuare e fosse «vitale», altrimenti «avremo ciarlatani che continueranno a distribuire farmaci inappropriati», facendo riferimento alla vendita privata, in specie online, di tali ormoni. Ad accogliere invece con soddisfazione - il che, purtroppo, non stupisce - la modifica del target di tale sperimentazione è naturalmente la galassia arcobaleno, secondo quanto espresso da un portavoce dell’organizzazione Lgbt Stonewall, il quale ha affermato che molti giovani con disforia sarebbero rimasti «nel limbo» dal 2024 - allorquando sono stati vietati i bloccanti della pubertà per i minori di 18 anni - e ciò avrebbe causato loro «sofferenza emotiva e fisica che nessuno vuole si protragga ulteriormente».
Insomma, se da una parte è certamente positivo arginare l’iperdigitalizzazione e l’ipersessualizzazione dei minori, vietando i social a bambini e adolescenti di età inferiore ai 16 anni e rendendo così di fatto il Regno Unito il primo Paese al mondo in cui sia tecnicamente impossibile per un minore scattare, inviare, ricevere e visualizzare immagini di nudo sul proprio device; dall’altro consentire a un bambino di sottoporsi alla somministrazione di bloccanti la pubertà sin dall’età di 11 anni è senza dubbio una misura a detrimento della salute fisica e psicologica dei minori che, medicalizzandoli a vita, li danneggia gravemente e irreversibilmente.