Trieste pride, va in scena la blasfemia. Orgoglio di cosa?

Se a Genova, il Cardinale Arcivescovo Bagnasco ha vietato le preghiere di riparazione per il Liguria pride, al contrario, a Trieste, Monsignor Crepaldi ha indetto personalmente un atto di riparazione per i cartelli e tutte le varie espressioni di blasfemia ostentate ed esposte durante il gay pride di Trieste.

Infatti, ciò che è stato visto durante la carnevalata in salsa Lgbt di Trieste forse non ha eguali in tutta Italia. O almeno speriamo che la visione di certi abomini non abbia a ripetersi, fino alla fine di questa assurda “onda pride” che quest’estate, come un vento soffocante, sta attraversando la Penisola.  Ci riferiamo in particolare a quanto riportato nitidamente da diverse foto girate sui social, il cui autore, Silvio Brachetta, trasformatosi in uno zelante e provvidenziale fotografo, è stato anche testimone oculare di ciò che veniva esposto senza pudore e senza rispetto alcuno verso il senso religioso altrui. Ci riferiamo, in particolare a tre cartelli recanti, la “parafrasi” del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Salve Regina, con chiari ed espliciti riferimenti all’atto della masturbazione e la cui lettura è davvero difficile da portare a termine senza provare disgusto e indignazione per un intento così sfacciatamente sacrilego:

Brachetta_blasfemia_gay-pride

Proprio a fronte di questi oltraggi, il vescovo Giampaolo Crepaldi, ha disposto egli stesso e repentinamente la recita di un atto di riparazione e, durante la veglia di preghiera che si è svolta lo scorso 13 giugno, ha dichiarato:

«Soprattutto con cartelli allusivi alle preghiere del Padre nostro e del Salve Regina – di cui molti possiedono documentazione – si è colpito al cuore il nucleo più prezioso della nostra fede nel Cristo Signore e la nostra devozione alla Vergine Maria. Al di là dei linguaggi volgari utilizzati, è bene rimarcare un punto: quello che voleva essere un evento di lotta contro le discriminazioni, si è tradotto in un evento discriminatorio contro il popolo cristiano. Ecco la necessità di riparare quello che è stato rotto e di pulire quello che è stato sporcato, che, da Gesù Cristo in poi, costituisce la missione propria della Chiesa e di noi cristiani».

Viene allora spontaneo chiedersi, alla luce di questi (mis)fatti, di cosa queste manifestazioni di pseudo rivendicazione di ipotetici diritti, sventolano l’“orgoglio”? Pride di cosa? L’orgoglio di calpestare i valori e i diritti altrui? E come mai vengono svolti in un mondo (quello occidentale) in cui ormai non c’è più niente da rivendicare, dato che quasi ogni paletto morale è stato abbattuto? Perché, invece, durante queste discutibili “sfilate” non viene fatto mai nessun riferimento a religioni ben diverse dal cattolicesimo, ad esempio quella islamica, che ruotano attorno a un sistema culturale in cui l’omosessualità può essere addirittura punita con la morte? Per coerenza si dovrebbe andare a sfilare in paillettes e costumino rosa in Brunei, Afghanistan, Iran, ma evidentemente, in questi Stati, la spia rossa dell’orgoglio non si accende...

E infine, il bullismo che queste fiere del cattivo gusto dicono tanto di combattere, è, in realtà, il primo strumento che usano durante le loro dubbie manifestazioni, forse perché, ci chiediamo, quando non si ha una propria identità culturale e valoriale certa, non rimane che affermarsi calpestando il sistema di valori e certezze altrui?

Alla luce di tutte queste considerazioni, sarebbe forse il caso, allora, di rivedere il termine “pride” perché più che di orgoglio, in tutto questo, si colgono solo tracce di evidente e abbondante vigliaccheria.

Manuela Antonacci

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