Non sono trascorse neanche due settimane dall'entrata in vigore – avvenuta lo scorso 7 luglio – della legge Valditara sul consenso informato, che già la Regione Toscana sta tentando di violarla e aggirarla. Ebbene sì, perché è quello che sta accadendo in seno alla Regione guidata dal presidente – del Partito Democratico – Eugenio Giani, dove un altro esponente del PD, il consigliere regionale Iacopo Melio, ha presentato lo scorso 17 luglio una proposta di legge che sembra a tutti gli effetti essere un tentativo di riaprire quella porta appena chiusa dalla Legge 104/2026 sul consenso informato, la quale sancisce il diritto dei genitori a sapere e ad autorizzare ogni attività sui temi della sessualità nelle scuole e che vieta del tutto simili attività alla scuola dell'infanzia e alla primaria.
Si diceva di Melio, che appunto insieme a una ventina di colleghi di maggioranza – tra cui il capogruppo Simone Bezzini – ha depositato in Consiglio regionale la proposta di legge n. 45 recante “Disposizioni per la promozione dell'educazione sessuo-affettiva e relazionale in favore di minori e giovani”. Sei articoli, 450.000 euro di soldi pubblici nel triennio 2026-2028 e un obiettivo dichiarato: portare “esperti” e associazioni in tutte le scuole toscane, dall'asilo alle superiori, per parlare di sesso, “identità di genere” e “orientamento sessuale” ai nostri bambini.
Le parole che tradiscono l'ideologia
Basta leggere l'articolo 1 della proposta per capire dove si vuole andare a parare. La Regione – si legge – riconosce come «elementi fondamentali per lo sviluppo armonico della persona» non soltanto l'affettività, ma anche il rispetto dell'«identità di genere» e dell'«orientamento sessuale». Ancora più esplicita la lettera e) del comma 2, che pone tra le finalità della legge quella di «decostruire modelli relazionali disfunzionali» affrontando in chiave educativa il rapporto tra «affettività, sessualità, identità di genere, orientamenti sessuali e stereotipi culturali». Tradotto dal politichese: le nostre scuole diventerebbero il laboratorio a cielo aperto della teoria gender, con la benedizione – e i finanziamenti – della Regione. Dunque le stesse categorie che il Governo, su spinta della nostra battaglia culturale culminata nella campagna nazionale “Mio Figlio No – Scuole Libere dal Gender”, ha faticosamente arginato con la Legge 104/2026, rientrerebbero dalla finestra regionale.
L'aggiramento della legge Valditara
I promotori giurano di rispettare la nuova legge nazionale sul consenso informato. Ma i fatti dicono altro. Il testo, infatti, innanzitutto non contiene una sola parola sul consenso informato preventivo dei genitori, benché citi formalmente la Legge 104/2026 e soprattutto estende gli interventi anche a scuola dell'infanzia e primaria, cioè agli ordini scolastici per i quali la legge nazionale ha vietato in modo assoluto qualsiasi attività a tema sessualità. Si concentra inoltre su percorsi “extracurricolari”, formula pensata proprio per sottrarsi ai vincoli più stringenti previsti per le attività curricolari e rinvia tutte le «modalità operative» – cioè il cuore vero della norma – a una successiva delibera della Giunta regionale (art. 4, comma 3), sottraendole al dibattito consiliare e al controllo dell'opinione pubblica. Siamo palesemente di fronte a un vecchio, e furbo, schema: si scrive una legge dai contorni volutamente sfumati, la si vende come “prevenzione della violenza di genere” e poi, in via amministrativa, si aprono le porte delle aule ad associazioni militanti.
Chi sono i famosi “esperti”?
L'articolo 2, poi, prevede il coinvolgimento di «persone esperte con comprovata professionalità in ambito psicopedagogico, educativo, psicologico, sociale, sessuo-affettivo e di contrasto alla violenza di genere». Ma chi certifica questa «comprovata professionalità»? Con quali criteri? Il testo non lo dice. L'articolo 4 lo lascia intuire chiaramente: gli accordi si faranno «con le aziende unità sanitarie locali, i centri antiviolenza e gli enti del Terzo settore». Cioè molto probabilmente, anzi sicuramente, con la stessa costellazione di sigle che, in questi anni, ha riempito le scuole di laboratori sull'“omolesbobitransfobia”, sulla “fluidità di genere” e sulla decostruzione della famiglia naturale. Non a caso lo stesso primo firmatario Melio, come raccontato dalla stampa nazionale, si presenta pubblicamente come “educatore sessuo-affettivo”: un profilo che dice tutto sulla direzione culturale della proposta. E infine il dettaglio che dovrebbe far riflettere ogni padre e ogni madre: la lettera d) dell'articolo 2 introduce, tra le attività finanziabili, gli «sportelli di ascolto». Sappiamo bene, purtroppo, cosa sono diventati in troppe scuole italiane: canali paralleli in cui minorenni fragili vengono orientati, all'insaputa dei genitori, verso percorsi di transizione, “carriere alias” illegali e supporto ideologico che nulla ha a che fare con il vero benessere psicologico.
450.000 euro di soldi dei toscani
La copertura finanziaria è altrettanto netta ed eloquente: 100.000 euro l'anno per i «percorsi educativi» e 50.000 euro l'anno per le «campagne di comunicazione e sensibilizzazione» rivolte a tutta la popolazione. Totale: ben 450.000 euro nel triennio 2026-2028, prelevati dal bilancio regionale. Denaro dei contribuenti toscani che, invece di essere destinato a sanità, disabilità o al sostegno concreto alle famiglie con figli, verrebbe utilizzato per finanziare campagne mediatiche – radiofoniche e sulla stampa – dai contenuti che già, purtroppo, possiamo immaginare.
Le famiglie non ci stanno
La proposta dovrà passare in Commissione e poi in Aula, dove sarà fondamentale che ogni consigliere – di maggioranza e di opposizione – sappia che i genitori toscani stanno guardando e non accetteranno di vedere i loro figli, dai tre anni in su, trasformati in cavie di un esperimento ideologico pagato con le loro tasse. Pro Vita & Famiglia sarà al fianco dei genitori, dei docenti e di tutti i cittadini toscani che vorranno alzare la voce affinché la scuola torni ad essere il luogo dove si impara a leggere, scrivere, ragionare e crescere e non la sede di un “catechismo laico” che vuole insegnare ai bambini che il sesso biologico è un'opinione o che la famiglia è una convenzione culturale da “decostruire”. Proprio per questo motivo l'associazione ha già denunciato pubblicamente questa vergognosa proposta di legge e chiesto al Governo di attivarsi subito e di essere pronto a impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale qualora venisse approvata, perché invade competenze statali in materia di istruzione e calpesta la libertà educativa dei genitori sancita dall'articolo 30 della Costituzione e – contestualmente – ha chiesto al ministro dell'Istruzione Valditara di vigilare con la massima attenzione insieme all'Ufficio Scolastico Regionale della Toscana.