03/09/2021 di Luca Marcolivio

Texas, Giubilei: «Terrà vivo il dibattito sul diritto alla vita»

Un segnale importante sul fronte pro-life, in quanto tiene vivo il dibattito e, in qualche modo, darà voce al “popolo della vita”, le cui istanze solitamente non trovano spazio sui media mainstream. Tra quelli che, da questa parte dell’oceano, guardano con favore alla sentenza della Corte Suprema degli Usa, c’è Francesco Giubilei, co-fondatore della casa editrice Giubilei -Regnani, attento osservatore del mondo conservatore americano, intervistato per l’occasione di Pro Vita & Famiglia.

 

Giubilei, gli sviluppi sulla nuova legge texana, che vieta l’aborto dalla sesta settimana, ci offrono la conferma di quanto decisivi e dirimenti siano i temi bioetici negli USA…

«C’è indubbiamente grande polarizzazione su questi temi. È chiaro che il Texas, in questa fase, per il ruolo politico che oggi svolge [è uno degli stati americani più solidamente conservatori, ndr], cercherà di portare avanti un ruolo pro-life, dando continuità a quanto realizzato durante il suo mandato da Donald Trump, primo presidente a partecipare a una Marcia per la Vita nel 2020. Oggi, con l’amministrazione Biden – peraltro in crisi, in particolare sulla questione afgana – assistiamo a un’involuzione su queste tematiche, tuttavia, quanto avvenuto in Texas è importante perché farà da capofila a una serie di decisioni analoghe in altri stati repubblicani».

Proprio Biden ha reagito, definendo la nuova legge «estrema» e «oltraggiosa». L’ostilità del presidente potrà avere ripercussioni in questo ambito?

«Credo che il fatto che la Corte Suprema non abbia voluto sospendere la legge sia un fatto epocale. Biden ora teme l’abolizione del diritto all’aborto ma qui si parla della possibilità di vietarlo dopo la sesta settimana ed è diritto di ogni stato americano poter avanzare una legge del genere. Dal momento che si è espressa la Corte Suprema del Texas, penso che quello che ne seguirà, sarà una battaglia di carattere più politico che giudiziario. Nelle prossime settimane, quindi, c’è da aspettarsi un’intensificazione degli attacchi alle amministrazioni repubblicane. Nulla di nuovo, soltanto un’offensiva a sfondo politico e mediatico».

È possibile che le lobby abortiste si sentano minacciate anche sul piano economico, dal momento in cui, con leggi del genere, le loro cliniche lavorerebbero molto meno?

«È chiaro che – sull’aborto ma anche sulla maternità surrogata – ci siano evidenti interessi economici e che la cosa più grave è che ci sia chi va a lucrare sulla cosa più preziosa, che è la vita umana. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a pratiche che sviliscono il ruolo e la dignità delle donne. Quello che dicono i democratici, ovvero che esiste un diritto all’aborto da parte delle donne, è una risposta strumentale da molti punti di vista non ultimo il fatto che quella texana è una legge che introduce il divieto d’aborto dopo le sei settimane; quindi, mi pare un’obiezione che non sta in piedi».

Un sondaggio parla di un 50% di americani che appoggerebbe una legge come quella texana. È vero allora che c’è una maggioranza (o quasi) di americani che resistono all’avanzata della mentalità abortista?

«Al netto di una minoranza liberal molto influente e con una potente cassa di risonanza sui media, con una visione relativista della società, per la quale tutto è lecito e tutto è concesso, credo che la maggioranza dei cittadini americani (ma anche italiani) abbia posizioni diverse. Se è vero, quindi, che, tra le giovani generazioni, vi sia un forte allineamento con quella minoranza, è altrettanto vero che, da parte di molti altri giovani, vi sia una riscoperta dell’importanza della vita a trecentosessanta gradi. C’è quindi la concreta speranza che nei prossimi anni, queste tematiche non saranno completamente escluse dal dibattito e che non si vada verso la totale eclissi dei valori cristiani, come invece sta avvenendo, ad esempio, nei paesi scandinavi o in Olanda».

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