01/08/2022

Testimoni di un massacro: responsabilità e rinascita - 1 di 5 - Kathi

Abbiamo raccolto le testimonianze di diversi operatori sanitari che hanno lavorato in strutture dove si pratica l’aborto. Sono testimoni di un orrore che per un certo tempo, per un motivo o per un altro, hanno voluto e potuto ignorare. Sono testimoni del massacro di bambini innocenti, delle profonde ferite che le madri portano per sempre, e dei seri problemi psicologici che devono affrontare anche gli stessi medici e paramedici coinvolti nella crudele pratica. Del resto, è acclarato che la sindrome post abortiva non colpisce solo madri e padri, ma anche altri parenti e altre persone coinvolte nell’aborto: i chirurghi e gli infermieri mostrano spesso gli stessi sintomi dello stress post traumatico (Sspt) che colpisce i soldati reduci dal fronte dove hanno ucciso. Ma i soldati hanno rischiato di essere uccisi a loro volta, mentre gli operatori sanitari hanno procurato (o assistito) la morte di piccoli innocenti.

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Kathi Aultman 

La dott.ssa Kathi Aultman è oggi ricercatrice associata presso il Charlotte Lozier Institute e membro dell'American Association of Pro Life Obstetricians and Gynecologists.

 

«Ho ucciso più persone di Ted Bundy [un noto serial killer americano, ndR].

Accettare il fatto che ero un'assassina seriale professionista è stato devastante, ma era la verità.

Ho iniziato la mia carriera di medico credendo negli slogan secondo cui le donne devono avere il controllo totale sui loro corpi e che è irresponsabile e immorale portare bambini indesiderati in un mondo sovrappopolato. Io stessa, prima di entrare all’università ho scelto l'aborto.

Scoprii presto che gli aborti possono essere molto redditizi. Quando ho lavorato come abortista nei fine settimana, guadagnavo più soldi di quelli che avrei guadagnato lavorando al pronto soccorso.  Rimanevo sbalordita dalla perfezione delle piccole dita delle mani e dei piedi, ma trattavo i resti fetali come qualsiasi altro campione medico, senza alcuna emozione. Ho eseguito aborti nel secondo trimestre, col metodo dilatazione e smembramento; ho anche eseguito aborti mentre ero incinta. La differenza era chiara per me in quel momento: il mio bambino era desiderato; i bambini delle mie pazienti non lo erano. Non ho visto alcuna contraddizione in questo.

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L'unica volta che ho messo in dubbio il mio lavoro è stato durante il mio servizio nel reparto  di terapia intensiva neonatale, quando mi sono resa conto che stavo cercando di salvare bambini che avevano la stessa età di alcuni dei bambini che facevo abortire.

Tre pazienti hanno cambiato la mia vita professionale.

Mi stavo preparando a eseguire un aborto quando mi sono resa conto che ne avevo già eseguiti tre in passato su quella stessa paziente: stava usando l'aborto come anticoncezionale. Ho protestato, ma mi sono sentita dire dal mio capo che non avevo il diritto di negarglielo. Gli risposi: “Facile da dire per te, non sei tu quello che sta uccidendo”. Uccidevo? Quella mia risposta mi ha sorpreso davvero.

La seconda paziente era una giovane donna accompagnata da un'amica che le ha chiesto se dopo voleva vedere il “grumo di cellule”, e lei ha risposto con rabbia che no, voleva solo ucciderlo. "Cosa ti avrà mai fatto questo bambino?" mi chiesi. Ancora una volta rimasi sorpresa dalla mia reazione. Non avevo mai pensato ai “grumi di cellule” come a dei bambini prima di allora.

Ma è stata una madre di quattro figli che sentiva di non poter allevare un altro bambino a farmi piangere. Ha pianto prima, durante e dopo la procedura. È stato il dolore di una donna che conosceva la gravità morale di ciò che stava facendo a mettere fine alla mia carriera abortista.

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Ho smesso quindi, di fare aborti, ma sono rimasta pro choice

Nel corso del tempo, però, ho visto fiorire giovani pazienti che avevano scelto di non abortire, e pazienti più anziane e più colte che avevano abortito sviluppare seri problemi psicologici. A poco a poco, ho iniziato a vedere la fragilità della narrativa femminista secondo cui l'aborto dà potere alle donne.

Alla fine, non potevo più ignorare la consapevolezza che l'unica cosa che decideva il destino di un bambino era il fatto di essere voluto o no. La vita o la morte di un essere umano non dovrebbe essere decisa in modo così arbitrario.

Sono diventata prolife.

Per anni, molte cliniche per aborti sono riuscite  a farla franca pur con pratiche scadenti che a nessun altro centro chirurgico sarebbero mai perdonate. Questo è sicuramente dovuto al fatto che i medici, la pubblica amministrazione e le forze dell'ordine temono di essere accusati di limitare l'accesso all'aborto, se mettono sotto inchiesta le cliniche.

Un ex manager di una di quelle strutture mi ha detto che le è stato ordinato di usare il detersivo per piatti per pulire gli strumenti quando sono rimasti senza l’apparecchio per la disinfezione, così non avrebbero dovuto chiudere mentre veniva riparato. Del resto le ispezioni, in più Stati, hanno rilevato che le cliniche non disinfettano adeguatamente i loro strumenti. 

Una paziente che è venuta da me per le complicazioni di un aborto tardivo ha detto di essere stata tenuta in una stanza fredda durante tutta la notte, senza una coperta, dopo che le hanno indotto il travaglio. È stata costretta a partorire in un bagno, la mattina dopo, e ha visto il suo bambino ancora vivo annegare.

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Come ginecologa di guardia al pronto soccorso, ho curato personalmente le donne che presentavano gravi complicazioni post aborto, tra cui emorragie potenzialmente letali e infezioni. Nessuno, da nessuna clinica per aborti ha mai chiamato per darci informazioni sulle pazienti che mandavano al pronto soccorso. 

Uno dei motivi per cui viene detto che certi standard di sicurezza non sono necessari è perché “l'aborto è sicuro”, ma in realtà non conosciamo il vero numero di donne che hanno avuto complicazioni.

Solo 28 Stati richiedono di segnalare le complicazioni post aborto e non sono tenuti a presentare i dati ai Centri federali per il controllo e la prevenzione delle malattie. Le cliniche per l'aborto non vogliono dare queste informazioni e spesso hanno portato gli Stati in tribunale per evitare di dover fare queste segnalazioni. 

Eppure gli americani sono rimasti inorriditi quando sono state scoperte le condizioni in cui si facevano gli aborti nella clinica di Kermit Gosnell (che poi è stato condannato), e sono rimasti scioccati quando si è diffusa la notizia che Ulrich Klopfer aveva accumulato migliaia di feti abortiti nel suo garage e violato innumerevoli standard etici, medici e legali». 

Fonte: Notizie ProVita & Famiglia, Gennaio 2022

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