03/11/2025 di Luca Marcolivio

Suicidio assistito. Il magistrato Morandini: «Legge da bocciare, sarebbe l’inizio di una deriva totale»

Tanti parlamentari di estrazione cattolica hanno annunciato, già da tempo, il loro appoggio al disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito attualmente in discussione in Parlamento e presentato dalle frange del centrodestra. Pur riconoscendo le loro intenzioni di voler limitare i danni, dunque a pensare - anche se non è così - che il Ddl sia in qualche modo una sorta di “male minore”, c’è chi è totalmente in disaccordo con tale visione, come Pino Morandini, magistrato, storico fondatore del Movimento per la Vita trentino (già vicepresidente del MpV nazionale) e vicepresidente del Family Day. Intervistato da Pro Vita & Famiglia, Morandini ha spiegato i motivi per i quali, in questo caso, non ci si può appellare, appunto, alla logica del “male minore” e si dovrebbe invece andare sulla linea di una totale bocciatura della proposta, come tra l’altro la stessa Pro Vita & Famiglia chiede con la sua campagna nazionale in corso e con una petizione popolare già sottoscritta da circa 30.000 cittadini.

Dottor Morandini, che ne pensa del disegno di legge del centrodestra?

«Appartengo al Movimento per la Vita, dove su questo argomento ci sono sensibilità diverse. Parlo quindi a titolo personale. Non metto in dubbio la buona fede dei proponenti del ddl, che stimo e so quanto hanno fatto nella loro militanza per la tutela del diritto alla vita, che resta il diritto fondamentale e apicale in virtù della previsione della Costituzione, e non solo. Il tema è assai complesso. Pur rispettando le loro nobili intenzioni di contenere la pratica del suicidio assistito e dell'eutanasia, la storia di tutti i Paesi che hanno legalizzato l'eutanasia insegna che il punto di partenza è sempre stato la legalizzazione del suicidio assistito. Ho la sensazione che la molla che ha spinto verso la presentazione della Pdl sia stato il trend culturale in atto, che fa pressione sulla pubblica opinione, gonfiando dati e usando casi pietosi – cui va il massimo rispetto – per far leva sull’emotività della gente, preparando in tal modo il terreno per la legalizzazione. Si usò lo stesso metodo per far approvare la legge sull’aborto. Negli ultimi sei anni, sono state una decina – non centinaia, come qualcuno afferma – le persone aiutate a morire previa richiesta di suicidio assistito. Qualora passasse la legalizzazione, quel numero aumenterebbe in modo esponenziale, come documentano i casi di Paesi che hanno già intrapreso quella via (vedi Belgio, Olanda, Canada), fino al punto sia di allargare l’ambito di applicazione a persone che sarebbero guaribili (si pensi ai depressi), sia di alimentare nei pazienti la considerazione di sentirsi di peso. Nella sentenza  66/2025 della Consulta si ribadiva che “il c.d. ‘diritto di morire’ rivendicato in alcune circostanze, potrebbe essere paradossalmente percepito dal malato come un ‘dovere di morire’ per non ‘essere di peso’, con un grave abbassamento della sensibilità morale collettiva che tutela le persone più fragili, spesso, peraltro, ‘invisibili’”».

Quali sono le criticità di questo Ddl?

«Inserire legislativamente nell’ordinamento giuridico quanto dispone la sentenza 242/2019 della Consulta – sia pure limitandone l’ambito di applicazione, come fa la proposta in questione – apre un pertugio che rischia di allargarsi sempre di più, proprio per effetto della legge. Nel sentire comune, infatti, ciò che è consentito dalla legge è sovente percepito come cosa positiva, finanche doverosa! La storia della legge 194 insegna: nella formulazione legislativa, per quanto assai ambigua, non viene riconosciuto un “diritto” di aborto; ma la sua attuazione di fatto lo ha elevato a diritto. Nelle loro (ottime) intenzioni, i proponenti vogliono offrire un'alternativa al ddl Bazoli, che addirittura vorrebbe ampliare il perimetro indicato dalla Corte costituzionale per la non punibilità del suicidio assistito. Lo fanno certo restringendo quel perimetro e pure affermando la centralità del diritto alla vita e alla cura, ma propongono comunque la legalizzazione di quel suicidio, per di più istituendo un Comitato Nazionale di Valutazione, la cui disciplina di fatto configura una procedura. Per rispondere alla sua domanda, le dico che sarei intervenuto proponendo una proposta di legge alternativa al Ddl Bazoli, ma mirante invece alla modifica della legge 219/2017, sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento.  Perché da quella legge è partita la deriva eutanasica, come comprovano l’ordinanza 207 del 2018, la sentenza 242 del 2019 (tra l’altro, l’unica di accoglimento, sia pure parziale) e tutte le altre pronunce costituzionali che si sono susseguite sino ai giorni nostri».

Cosa bisognerebbe, invece, fare?

«Resta la grande necessità di interventi strutturali e organici a servizio delle persone fragili, a partire dalle disabilità gravi e dai malati “terminali”. Con altrettanta attenzione a chi assiste quelle persone, allo snellimento della burocrazia, alla velocizzazione delle relative visite, ecc. Si deve, cioè, rilanciare in positivo la questione, magari con un provvedimento organico e strutturale. Così si fece, come MpV, a fine 1977, attraverso una Pdl di iniziativa popolare (che raccolse più di un milione di firme in un mese), che affrontava organicamente il tema della vita nascente, creando le concrete condizioni per la sua accoglienza. Diversamente, tornando alla questione del fine vita, si rischia che la morte si configuri come la liberazione da tanti problemi».

Alcune realtà cattoliche sostengono sia un “male minore”.

«Non pretendo di insegnare nulla a nessuno, ma penso vadano valutate le circostanze concrete in gioco, le strategie, il metodo, le scelte da effettuare nel concreto. C'è un passaggio nell'enciclica Evangelium vitae che mi pare essere luce per questo percorso: “Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto” (n° 73). Mi sembra che l'enciclica spieghi che è legittimo e doveroso cercare di limitare gli aspetti iniqui di una legge, nel caso in cui non sia possibile abrogarla totalmente. Tuttavia, bisogna stare attenti a non giustificare il “male minore”. Mi torna alla mente quel 18 maggio 1978, giorno di approvazione della legge 194. Ad alcuni Parlamentari di area cattolica, che uscivano alla spicciolata dal Parlamento, chiesi il perché della legge e mi sentii rispondere che “era necessaria per limitare la clandestinità dell'aborto ed evitare la sua totale liberalizzazione”. Il risultato oggi, sotto gli occhi di tutti, è che l’aborto è diventato un fatto socialmente accettato, applicato come fosse un diritto (sebbene alla luce della legge non lo sia), con tutte le conseguenze sia in termini di vite umane (con ciò non si intende giudicare le persone) sia di influenza sulla mentalità sia ancora come mancata percezione da parte di molti dell'ingiustizia che rappresenta».

 

 

 

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