01/10/2020 di Manuela Antonacci

Spettacolo “Petali di Spine”, intervista con il regista Saverio Di Giorgio

Un progetto, questa volta teatrale, vede coinvolta Pro Vita & Famiglia: il 3 ottobre alle ore 21,00, presso il Teatro Sala Raffaello di Roma, presenta l'opera teatrale Petali di spine, scritta e diretta dal regista Saverio Di Giorgio. Si tratta di uno spettacolo, come si legge nel sottotitolo, "tragicamente comico", un inno alla Vita e alla Maternità che vuole mostrare cosa sia la vera libertà di scelta, a dispetto delle avversità. Ne abbiamo parlato direttamente col regista Saverio Di Giorgio.

 

Come nasce l’idea di questa storia?

«L’idea di questa storia nasce per poter parlare, far ascoltare, provando a non essere interrotti. Perché quando si parla di temi così importanti, soprattutto il tema della vita, si è subito ribattuti, con argomenti stupidi e c’è subito una chiusura da parte dell’interlocutore. Chi già la pensa in modo contrario si chiude sapendo che lui ha ragione e chi è dalla nostra parte si ferma a ciò che già sa non approfondisce. Invece usando uno spettacolo teatrale, usi la furbizia facendo stare in silenzio il pubblico e dicendo tutto quello che ti pare. La mia tecnica è la sdrammatizzazione, per poter dire ciò che voglio. Lo spettacolo ha il sottotitolo “tragicamente comico” perché ci sono situazioni davvero ilari, risate a scena aperte ma si parla di cose serie».

Dunque uno spettacolo "tragicamente comico": viene messa in scena anche la solitudine dei protagonisti, ognuno solo a modo proprio. Allora dopo averci spiegato perché è comico, puoi aiutarci a capire, invece in che senso è “tragico”?

«La tragicità consiste nel fatto che i miei personaggi, in qualche modo, trovano un lieto fine, in qualche modo, sono pronti, anche con grandissima difficoltà, ad ascoltare. Nella vita invece non è così. Molto spesso chi decide di sospendere più che interrompere la gravidanza, va avanti e non cambia idea: una volta un medico per la vita mi ha insegnato che non si dovrebbe dire “interruzione” di gravidanza, ma “sospensione” perché l’interruzione è qualcosa che poi riprende, mentre la sospensione è qualcosa di definitivo. Infatti, molto spesso, una volta che si è deciso di abortire si va avanti, non c’è mai la possibilità di dialogo. La famosa legge 194, comincia col primo articolo che sostiene la tutela di una vita in tutti i suoi momenti, poi seguita mettendo in risalto che, una donna che ha questa intenzione, prima dovrebbe passare dal consultorio per fare un incontro con i medici che devono farle capire quello che sta per succedere. Cosa che è stata invece eliminata. Quando nel 2000 il presidente della Regione Lazio ha provato a mettere in auge questa cosa fu tempestato di critiche in modo violento, quando invece, è la legge che lo prevede e tutto questo, proprio perché non si vuole dialogare. Per fortuna, invece i tre personaggi dello spettacolo, forse perché chiusi in una casa, hanno modo di aprirsi realmente, mentre invece non è così nella realtà. E’ la tragicità della solitudine, del non dialogo. Eppure si può portare avanti la propria tesi senza violentare l’altro, poi col tempo, magari si fa una sintesi rafforzando o abbandonando le proprie idee».

“Non c'è ferita che l'amore e l'ascolto non possano guarire”, si legge a proposito della presentazione di questo spettacolo. E’ stato difficile rappresentare un’esperienza così profonda?

«Premetto che io, nemmeno indirettamente ho mai avuto a che fare con la sofferenza tragica che deriva dalla scelta dell’aborto, però il lavoro mi è venuto di getto. C’è soprattutto una parte, quella finale, di una donna che ha abortito da giovane, che non so nemmeno come mi sia venuta fuori. Alcune amiche e colleghe, non credevano che avessi potuto scriverlo perché era troppo femminile come sentimento. Io faccio parte di quegli autori che non comandano i personaggi e forse questo è anche un dono».

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