03/02/2022 di Luca Marcolivio

Sanremo. Suetta a Pro Vita & Famiglia: «Urge sussulto di responsabilità delle istituzioni»

L’ennesima esibizione blasfema di Achille Lauro è una forma come un’altra di cancel culture. Nella temperie di un politicamente corretto che vieta di scherzare su qualunque cosa, l’unica istituzione ancora degna di essere offesa diventa la Chiesa Cattolica con i suoi riti e le sue tradizioni. Di fronte a questo scempio morale e culturale, urge un «sussulto di responsabilità» da parte delle istituzioni e degli educatori. In questi termini si è espresso monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-Sanremo, contattato da Pro Vita & Famiglia (che ha lanciato una petizione in merito), dopo aver già espresso il proprio disappunto per quanto avvenuto nella prima serata del 73° Festival della Canzone Italiana.

Eccellenza, in un primo momento, lei ha preferito non commentare la performance dell’ “autobattesimo” del cantante Achille Lauro. Cosa l’ha spinta, poi, a cambiare idea e a intervenire pubblicamente?

«Mi avrebbe indotto a rimanere in silenzio il fatto di non dare ulteriore risonanza a un tale fatto sgradevole. Poi, però, ho pensato che molti avrebbero potuto interpretare il mio silenzio come indifferenza o, peggio ancora, come complicità. Pertanto, di fronte a due possibilità, ho preferito evitare l’idea di apparire indifferente o complice, accettando l’“effetto collaterale” di aggiungere risonanza a un fatto che, peraltro, ne ha già avuta e che, se non si interviene per condannarlo, rischia di avere, da parte dei grandi organi di comunicazione, soltanto una risonanza favorevole».

Ritiene quindi che quell’esibizione abbia sostanzialmente avuto “buona stampa” e riscosso favore?

«Sì, perché, nel nome di una malintesa libertà di pensiero e di espressione, tutto sembra concesso. Rimanendo ferma tale libertà, questa deve muoversi in un ambito di rispetto. Qui, invece, siamo nell’ambito del vilipendio, della blasfemia, dell’aggressione. Ciò va ribadito, a maggior ragione, perché accade sul palcoscenico di una manifestazione che ha grande risonanza nazionale e internazionale ed è prodotta dal servizio pubblico».

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A tal proposito, è più stato più grave, a suo avviso, l’episodio in sé o il fatto che la tv di stato l’ha veicolato?

«Il secondo aspetto è sicuramente il più grave. Intendo dire che la condotta negativa o sconsiderata di un singolo ha un determinato tipo di ricaduta. Se però questa condotta viene assunta o diffusa da un servizio che ha natura istituzionale, questo rende più grave il fatto».

Per quale ragione, in certi circuiti artistico-musicali, persiste questa convinzione che i contenuti blasfemi paghino in termini di visibilità e di successo?

«Per quanto riguarda il singolo personaggio, credo il suo gesto dipenda da una drammatica carenza artistica e creativa. Nel senso che se dovesse essere valutato e apprezzato solo per la musica, i testi o l’immagine, sarebbe poco considerato. Se invece compie qualcosa di scandaloso, allora se ne parla. Allargando il discorso sul piano della comunicazione e dell’evento in sé stesso, io credo che dipenda tristemente da due fattori. In primo luogo, in virtù di questa schiavitù oppressiva del politicamente corretto, non si può scherzare su nulla. Quale categoria, allora, si può impunemente deridere? C’è rimasta solo la Chiesa Cattolica, perché dignitosamente si colloca sul piano delle idee, del confronto ragionevole, del rispetto e, quando, necessario, anche del perdono, quindi, si ritiene di poterla aggredire in modo arbitrario. Il secondo aspetto, ancor più grave, è relativo al fatto che questa “cultura della cancellazione”, questa smania di destrutturazione dei valori che fondano una sana antropologia e una buona convivenza sociale, ormai, è diventata la moda del momento, un treno sul quale quasi tutti salgono volentieri: a dire il vero, vi sono molte persone singole semplici e umili che non vi salgono, tuttavia il mondo della nomenclatura, per ragioni di interesse di vario tipo, vi sale volentieri».

Cosa ci insegna questa vicenda, sul piano dell’emergenza educativa?

«Che ci vuole un sussulto di responsabilità, a cominciare dalle istituzioni. Non si tratta di censurare ma di assumere delle responsabilità nei confronti della società e all’interno della società, specie con coloro che sono più esposti a condizionamenti pericolosi: i ragazzi e i giovani hanno bisogno di modelli positivi, di conoscere valori autentici su cui fondare la vita, a partire dal rispetto degli altri. Penso, innanzitutto, al grande discorso sulla sessualità, al valore di una buona immagine di se stessi, all’acquisizione di autentiche competenze in ordine alla realizzazione della propria vita, dei valori che fondano la famiglia, del rispetto della vita stessa. Sono tutti principi che vengono accantonati e distrutti da questi modelli. Trovo che tutto questo sia pericoloso per coloro che si affacciano alla vita e hanno bisogno di vedere, sia negli adulti, sia nelle istituzioni, esempi validi e non occasioni di devianza intellettuale e morale».

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