02/10/2018

Romania, referendum unioni gay: torna la censura ma è 2.0

Tremate, tremate, è tornata la censura, colpa del referendum sulle unioni gay in Romania se sembra di essere tornati indietro di quasi 30 anni. A denunciare i gravi impedimenti al corretto svolgersi della campagna referendaria è il Comitato per l’iniziativa dei cittadini romeni che ha organizzato una conferenza stampa fissata per ieri, 1 ottobre 2018, alle ore 14:00, presso la sede del Comitato di Bucarest.

Il Comitato per l’iniziativa dei cittadini, la Coalizione per la famiglia e la Piattaforma dei cittadini hanno unito le forze per condannare con forza l’azione illegale delle autorità rumene, autorità che starebbero opponendosi al diritto dei cittadini di proseguire la campagna degli anti-Lgbt in vista del referendum nazionale del 6 e 7 ottobre 2018.

Sembra di vivere un déjà-vu, con il controllo della cultura e della vita sociale ad opera del comunismo, caduto nel 1989 ma la cui mentalità resta viva e vegeta, recuperata da nuove filosofie e nuove ideologie. Lo dimostra il caso del 29 settembre, accaduto nella città di Braila, dove la polizia ha smantellato una bandiera posta in un cortile della Chiesa e sanzionato il parroco. Un incidente preoccupante, se si pensa che la polizia non può agire discrezionalmente all’interno dei locali di una casa privata o di una Chiesa senza una motivazione legale precisa e coerente con il caso. Né si può vietare la libertà di espressione, a meno che non si viva in un regime.

Ma con quale motivazione il governo ha disposto la rimozione di tutto il materiale referendario progettato dal Comitato per l’iniziativa dei cittadini e affisso in tutta la città? Sulla base del fatto che il lavoro di queste organizzazioni rientrerebbe nelle disposizioni delle leggi 208/2015 e 334/2006. Eppure queste leggi sono strettamente applicabili alle attività dei partiti politici durante una campagna politica, in vista del giorno delle elezioni, e non c’entrano nulla col quesito referendario che non è affatto un voto politico.

Gli interrogativi sono tanti altri, poi. Le autorità hanno anche disposto che agli “oppositori” delle unioni civili gay sia vietato di utilizzare i colori della propria bandiera nazionale nell’immagine della campagna referendaria, oltre che avere impedito di avere libero acceso nelle trasmissioni televisive.

Questa è la situazione.

Restano quattro giorni di campagna ancora, ma se ai cittadini rumeni e alle loro organizzazioni civiche sono vietate le campagne libere e senza discriminazioni, chi sono i veri discriminati secondo voi?

Per questo ieri in conferenza stampa il Comitato ha denunciato i fatti sopra descritti, sottolineando che la loro non è una campagna politica e non è una campagna elettorale e che quindi non è riconducibile al campo di applicazione della legge 208/2015. Altrimenti significa che i cittadini non hanno diritto a una campagna equa e informativa, mentre i politici sì. Ecco la censura 2.0 nei Paesi post-comunisti, ed ecco la vera discriminazione.  

Marta Moriconi

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