24/05/2021 di Luca Marcolivio

Report su costi aborto. Noia: «Costi anche umani devastanti»

Dopo 43 anni di Legge 194, una prima conclusione che si può trarre è che non vale mai la pena abortire. Lo conferma, in una pluralità di aspetti, il rapporto sui costi d’applicazione della 194, presentato oggi presso la Sala Giubileo della LUMSA di Roma. Tra gli aspetti più sconfortanti: il ricorso massiccio all’aborto farmacologico. Non mancano, però, risvolti di speranza, costituiti in particolare dall’efficacia terapeutica sui feti malati o malformati. Lo ha dichiarato a Pro Vita & Famiglia, il professor Giuseppe Noia, Direttore Hospice perinatale - Centro per le Cure Palliative Prenatali del Policlinico Gemelli e presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Italiani.

 

Professor Noia, quali sono gli aspetti più rilevanti del vostro studio?

«Questo studio scientifico ha il grande premio di aver illustrato tre aspetti fondamentali. Il primo riguarda il tasso di ripetitività dell’aborto che 40 anni fa si riteneva sarebbe stato contrastato dalla contraccezione. Invece, abbiamo un dato storico che evidenzia come, proprio nelle regioni (Liguria, Toscana) dove si registra un notevole tasso di contraccezione e di pillole del giorno dopo (o dei cinque giorni dopo), è anche più alto il tasso di abortività. Secondo punto: ci sono cifre che la relazione del ministro della Sanità non riesce a spiegare e che riguardano una punta del 67% di aborto spontaneo nelle adolescenti dai 15 ai 19 anni. Il terzo punto concerne l’aborto clandestino, che la legge 194 si era impegnata a sradicare: invece, da proiezioni dell’Istituto Superiore di Sanità permane in un numero di 15mila aborti l’anno. Quarto punto: l’aborto eugenetico non è affatto diminuito. C’è un elemento di eugenismo insito nella metodica. Tutte quelle metodiche che dovevano migliorare la qualità esistenziale delle donne in gravidanza con una diagnosi per uno stato di consapevolezza dello stato di salute del bambino entrano in un circuito molto “particolare” dove il bambino che ha delle alterazioni cromosomiche o strutturali viene destinato all’aborto dopo la dodicesima settimane».

Quali sono i costi medici, ma soprattutto umani, dell’aborto?

«Indubbiamente, una così grande diffusione dell’aborto chimico- farmacologico sicuramente non rappresenta una dimensione di speranza per le popolazioni giovanili. Le pillole del giorno dopo o dei cinque giorni dopo sono bombe ormonali che sicuramente avranno delle implicazioni sulla capacità procreativa futura di queste giovani. C’è poi il dato sulla salute fisica e psichica delle donne, per cui l’apparente facilità nell’assunzione di una pillola, la banalizzazione dell’aborto, in realtà, non sono nulla di semplice, né di indolore. Al contrario, è qualcosa di devastante sul piano psicologico, soprattutto se si pensa alle 18mila donne che hanno abortito con la Ru486. Sappiamo che c’è un’iperresponsabilizzazione della donna, che sceglie e assume la prima pillola, seguita dalla seconda, prima di cominciare ad avere perdite emorragiche. La donna che assume queste pillole non sa quando né dove avverrà l’espulsione. Nel 56% dei casi, afferma il British Medical Journal, la donna espelle tutto il sacchetto con l’embrione che già presenta tutte le fattezze umane. Vi sono evidenze scientifiche per cui spostando da sette a nove settimane la possibilità di interrompere la gravidanza, si aumenta la possibilità di distacco di una placenta più allargata e più adesa, quindi con una capacità di emorragia molto più alta, sia in termini di durata, sia in termini di intensità. In effetti la letteratura riconosce che in un 30% di questi casi, si va incontro a trasfusioni, proprio perché l’emorragia è alta. Poi, ci sono i costi prospettici della futura fertilità delle donne. I costi, quindi, non solo economici ma impattano anche sulla salute fisica e psichica attuale e futura, legate, appunto alla tendenza al parto pretermine nelle gravidanze successive, ai tassi di fertilità e ad altre problematiche molto serie sul piano fisico».

Ci sono, a suo avviso, i presupposti per indicare in modo chiaro l’alternativa all’aborto?

«Questa alternativa non solo dovrebbe essere possibile ma dovremmo sentirlo tutti in relazione a una posizione non ideologica, né confessionale, né politica. Dovremmo sentirlo come dovere verso l’umano che viene distrutto. Tutti sono d’accordo sul fatto che l’aborto è una devastazione. Succede, però, che l’alternativa all’aborto di cui parla l’articolo 5 della legge 194, viene surclassata dalla mancanza di informazione. Sia io che i miei collaboratori, nella nostra esperienza al Policlinico Gemelli, abbiamo evidenze di ormai migliaia di donne che, indirizzate all’aborto, sono poi venute da noi e hanno ricevuto delle consulenze scientifiche corrette. Quando si sta nel dolore, se si apre una finestra di speranza, la gente l’accetta. Un esempio su tutti: quando si hanno diagnosi precoci di alterazioni cromosomiche proponiamo l’alternativa: c’è un progetto di ricerca sull’uso di antiossidanti in gravidanza che riduce il danno neurocognitivo, quindi proponiamo alla donna di entrare in un processo di accompagnamento, con assunzione di antiossidanti per via orale, che passano per la placenta, arrivano al bambino con sindrome di down e possono migliorare – la letteratura dice del 50% – il danno neurologico. Se vi sono, invece, bambini che non hanno alterazioni cromosomiche ma solo di tipo strutturale, relative a vari organi, proponiamo alternative che consistono in terapie vere e proprie, invasive o non invasive, fatte con l’ecografia, oppure dei trattamenti di palliazione fetale per aiutare il bambino a non sentire dolore già prenatalmente. Se non si possono dare antiossidanti, né altre cure, proponiamo allora l’accompagnamento presso un hospice perinatale. Tutto questo percorso è scientificamente fondato, eticamente e liberamente scelto e umanamente grande non perché lo facciamo noi ma perché lo dicono le famiglie».

Che conclusioni, per quanto parziali, si possono trarre?

«Oltre ai costi per la salute, vi sono costi umani, attuali e futuri, in termini di informazione corretta. C’è quindi un tesoro economico di capacità che è stato distrutto in termini non solo fisici ma anche psicologici. È già gravissimo quando alle donne si rubano beni materiali. È ancora più grave, tuttavia, rubare loro la salute fisica e psicologica, Quando però si ruba loro l’informazione, siamo davanti a un delitto contro l’umanità».

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