09/06/2021 di Luca Marcolivio

Report Omotransfobia. Pillon: «In Italia vicende giudiziarie pesanti come all’estero»

L’Italia, a differenza di altri paesi, non ha ancora approvato una legge contro l’omotransfobia. Per una volta, però, trovarci in “retroguardia” non è un male, tutt’altro. Gli esiti disastrosi di queste leggi all’estero per la libertà dei cittadini dovrebbero rappresentare un monito per i nostri parlamentari di centrosinistra, che si apprestano a votare con grande disinvoltura il ddl Zan. Ad affermarlo è il senatore Simone Pillon, intervistato da Pro Vita & Famiglia a margine della presentazione del report sulle leggi contro l’omotransfobia, tenutasi oggi in Senato.

 

Senatore, è stato appena presentato il report sulle leggi contro l’omofobia curato da Pro Vita & Famiglia. Quali sono gli aspetti di questa indagine che l’hanno colpita di più?

«Il report di Pro Vita & Famiglia è preziosissimo perché ci permette di avere una finestra su quello che aspetta l’Italia, nel caso in cui si dovesse approvare il ddl Zan così com’è. Noi abbiamo la fortuna di poter vedere in anticipo le conseguenze sociali di una legge contro l’omotransfobia, quindi siamo ancora in tempo per fermarci. Leggere di pastori che vengono arrestati solo per aver letto la Bibbia oppure di padri cui vengono tolti i figli con l’accusa di essere omofobi, soltanto perché non vogliono che la figlia di dodici anni non faccia la transizione per diventare maschio, è qualcosa che spezza il cuore. Siamo ancora in tempo, fermiamoci!».

In Italia, non vige ancora una legge anti-omofobia, eppure non sono mancati casi giudiziari anche clamorosi. Se passasse il ddl Zan, quanto cambierebbero concretamente le cose nei tribunali?

«Sì, purtroppo ci sono state vicende giudiziarie molto, molto pesanti e controverse che hanno visto la condanna di esponenti del mondo pro life e pro family, rei di aver semplicemente detto la verità. In un caso, il protagonista sono stato io, in un altro, lo è stata la dottoressa Silvana De Mari, condannata soltanto per aver detto la verità fisiologica riguardo ai rapporti intimi uomo-uomo. Penso poi al professor Gandolfini, anche lui condannato in primo grado e ora in attesa di appello. Vi sono stati anche vari casi di psicologi, sottoposti a procedimento, per aver osato mettere in discussione i dettami del gender, come, ad esempio il dottor Gilberto Gobbi, che purtroppo ci ha lasciati poco più di un anno fa, o il dottor Giancarlo Ricci, che ho avuto l’onore di difendere davanti al Consiglio dell’Ordine degli Psicologi di Milano e che siamo riusciti a far prosciogliere per un solo voto. È chiaro che metterne sotto processo uno, ne educa cento: la gente cerca di non avere rogne, quindi sanno perfettamente che, andando a toccare i temi sensibili del gender, si ritrovano a dover fronteggiare l’aggressività delle associazioni lgbt, le quali, in questo modo, riescono a mettere a tacere qualsiasi forma di dibattito».

Uno di questi casi giudiziari è stato quello che l’ha riguardata di persona alcuni anni fa. Sulla scia di quanto le capitò, qual è la lezione che ne ha tratto?

«Sono stato sottoposto a un processo attualmente pendente in Cassazione, quindi sono stato condannato in primo grado a risarcire i danni alle associazioni lgbt per una presunta affermazione omofoba. Queste associazioni si erano recate presso una scuola della provincia di Perugia in occasione di un’assemblea contro il bullismo omofobico; in realtà, senza avere nessun dato nessun tipo di informazione ai genitori, avevano messo a disposizione degli studenti minorenni del materiale che lasciava ben poco all’immaginazione, in cui si mettevano a conoscenza i ragazzi di meccanismi della relazione omosessuale: come aumentare il piacere del partner, come usare i sex toys o i dental dam, tutte cose veramente intime e personali, che i genitori ben potevano e dovevano conoscere, prima di autorizzare i figli a partecipare all’assemblea. Il risultato di tutto questo? Pillon condannato in primo grado per aver criticato l’iniziativa [il senatore è stato poi assolto in appello lo scorso febbraio, ndr]. L’insegnamento che ne ho tratto è che non bisogna assolutamente demordere. È chiaro che tutto questo ha un costo, perché esporsi fino al punto di venire processati per le proprie idee, è qualcosa che si paga in termini economici e umani. Dobbiamo farlo, però, per i nostri figli: se non vogliamo che siano indottrinati passivamente, dobbiamo reagire ed è quello che invito tutti a fare».

Anche all’estero, si enfatizza molto, a livello mediatico, il risvolto delle aggressioni omofobiche (o presunte tali), mentre si tace volutamente sulla libertà d’espressione repressa. Fino a che punto, però, potrà durare questa mistificazione?

«Sulle aggressioni, ho chiesto i dati ufficiali all’OSCAD, l’organismo deputato a monitorare le discriminazioni a sfondo omofobo: in Italia sono state appena 66 in due anni. Certo, anche una sola aggressione è esecrabile, il problema è che, in un anno, a fronte di 33 aggressioni a sfondo omofobo, abbiamo circa un milione e mezzo di furti e numeri molto importanti di violenze contro le donne. Siamo tutti d’accordo sul fatto che non si debbano aggredire le persone per il loro orientamento sessuale ma già oggi le leggi tutelano le persone ingiustamente aggredite. Quindi, direi facciamo funzionare le leggi già vigenti, se serve inaspriamole ma non usiamo l’imbecillità o la delinquenza di chi compie questi atti per imbavagliare il popolo italiano o, peggio ancora, per far passare l’ideologia gender, che strumentalizza le aggressioni contro le persone più fragili come foglie di fico per veicolare ideologie e visioni di società e di uomo che nulla hanno a che fare con la realtà».
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