02/04/2026 di Redazione

Relazione 194: ecco i dati, sempre drammatici, sull'aborto in Italia. Ma il documento smentisce alcune bufale

Relazione 194: i dati 2023 confermano il dramma dell’aborto in Italia con 65.746 bambini mai nati e l’aumento delle IVG farmacologiche. Ma il documento smentisce anche alcune bufale sugli obiettori e sul reale accesso a questa pratica.

Nei giorni scorsi è stata resa nota la nuova Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194/1978. Il documento, consegnato al Parlamento con i dati relativi all'anno 2023, è frutto del Sistema di Sorveglianza Epidemiologica delle Interruzioni Volontarie di Gravidanza attivo in Italia dal 1980, che coinvolge il Ministero della Salute, l'Istituto Superiore di Sanità, l'Istat, le Regioni e le Province Autonome. Un monitoraggio che, ogni anno, fornisce i dati e le statistiche sulla pratica dell’aborto nel nostro Paese, dunque ci restituisce - ahinoi, amaramente - la fotografia delle decine di migliaia di nascituri che non hanno mai visto la luce in Italia.

65.746 bambini mai nati

Partiamo innanzitutto dal dato principale: nel 2023 in Italia sono stati soppressi 65.746 bambini non nati, con un incremento dello 0,1% rispetto al 2022, quando gli aborti furono 65.661. Un dato tendenzialmente in crescita che conferma quello che fu, nel 2022, un brusco rialzo degli aborti (+3,2%), e si inserisce in un contesto demografico - di denatalità galoppante - sempre più preoccupante e drammatico. Per quanto riguarda il tasso di abortività - ovvero il numero di aborti ogni 1.000 donne in età riproduttiva tra i 15 e i 49 anni - è rimasto invariato rispetto al 2022, attestandosi a 5,6 per mille mentre il rapporto di abortività - cioè il numero di aborti ogni 1.000 nati vivi - è invece drammaticamente cresciuto del 3,6% rispetto all'anno precedente. Questo significa che mentre il numero assoluto degli aborti è rimasto quasi fermo, quello dei nati vivi continua a precipitare: nel 2023, infatti, in Italia sono nati 379.890 bambini (fonte Istat). Il che dimostra - se ancora ci fosse mai qualche dubbio - che il crollo della natalità nel nostro Paese va di pari passo con la tragica costanza degli aborti, che invece non si fermano e anzi crescono.

Aborti diminuiti nei decenni?

Per quanto riguarda il confronto storico bisogna leggere i dati alla luce, però, di ciò che poi accade nella realtà, soprattutto senza dimenticare che i veri aborti non sono solo quelli delle cosiddette IVG, ma anche le decine di migliaia di vite spezzate a causa dei contraccettivi e in particolare quelli di emergenza (per esempio la famosa pillola EllaOne o anche la pillola Norlevo). La Relazione ministeriale parla infatti di un fantomatico “bilancio positivo” rispetto ai decenni passati, soprattutto in riferimento al 1982, che è considerato l’anno di picco degli aborti, con 234.801 IVG notificate. Ma è un dato che possiamo considerare veritiero? Non tanto per i dati e le statistiche, quanto per ciò che davvero ci sta a cuore: la vita nascente. Ebbene, se agli aborti aggiungiamo il numero dei “criptoaborti”, ovvero degli aborti che avvengono nei primi giorni di vita del concepito, mascherati dalla “contraccezione d’emergenza” - appunto le famose pillole EllaOne (la cosiddetta pillola dei cinque giorni) e Norlevo (la cosiddetta pillola del giorno dopo) - il quadro cambia sensibilmente. La stessa Relazione, infatti, dedica un paragrafo a parte alla contraccezione d’emergenza e - con una serie di grafici - attesta come la distribuzione di Ulipristal acetato (EllaOne) e di Levonorgestrel (Norlevo) sia arrivata a 760.076 confezioni nel solo 2023. Ora, tutti gli addetti ai lavori sanno, ma pochissimi lo ammettono, che questi farmaci agiscono sulla parete uterina e la rendono inospitale impedendo l’annidamento del concepito. Quindi se il rapporto sessuale del “giorno prima” è stato fecondo, le pillole postcoitali provocano l’aborto. Volendo fare un calcolo molto al ribasso, possiamo considerare che un 10% dei rapporti sessuali a rischio sia stato fecondo e quindi i bambini non nati per le pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo sono almeno 70/76.000. Ecco perché non possiamo accettare la narrazione secondo cui l’aborto in Italia sia in costante diminuzione da decenni. Inoltre - cosa ancora più inquietante - la Relazione sottolinea con preoccupazione che la mancanza di tracciabilità delle vendite per fascia d'età non consente di distinguere l'utilizzo della contraccezione di emergenza tra adulte e minorenni, né di rilevare eventuali usi ripetuti. Infatti EllaOne è vendibile come un farmaco da banco, senza ricetta medica. 

L’aumento della “contraccezione d’emergenza”

Inoltre, questa cosiddetta “contraccezione di emergenza”, che - come visto - finisce spesso per diventare causa di aborti veri e propri - è per giunta in costante aumento: nel solo 2023, infatti, la pillola EllaOne ha segnato un incremento del 5,5% rispetto al 2022 e addirittura del 76,1% rispetto al 2020. Il Norlevo, invece, ha mostrato una riduzione del 4,2%, probabilmente dovuta alla preferenza crescente per EllaOne, efficace fino a cinque giorni dal rapporto, contro le 72 ore del Levonorgestrel.

IVG delle donne italiane in aumento

Dopo i dati più generali, la Relazione sulla 194 si occupa delle questioni più specifiche, andando a monitorare l’aborto considerando più sfacettature. Una di queste riguarda gli aborti praticati da cittadine italiane rispetto alle donne straniere che vivono nel nostro Paese. Ebbene, secondo il documento del Ministero le IVG effettuate da donne italiane sono aumentate dell'1,22% rispetto al 2022. Quelle delle donne straniere sono invece diminuite del 2,9%.  Sul piano geografico, invece, il Nord Italia ha registrato 31.451 aborti (+0,4% rispetto al 2022), il Centro 13.613 (+0,5%), il Sud 14.879 (-1,3%) e le Isole 5.803 (+1,6%).

Minorenni: un trend che non si inverte

Uno dei dati più preoccupanti della Relazione riguarda però le ragazze minorenni. Nel 2023, infatti, le donne di età inferiore ai 18 anni che hanno effettuato un aborto sono state 1.939, pari al 2,9%, con un tasso di abortività per questa fascia d'età che è salito a 2,3 per mille. Nella quasi totalità dei casi (82,3%), l'aborto della minorenne è stato, ahinoi, autorizzato dai genitori; nel 17,2% dei casi l'autorizzazione è arrivata invece dal giudice tutelare: le ragazzine, quindi, hanno abortito all’insaputa dei genitori.

Pillole: l'aborto cambia faccia

La trasformazione più significativa emersa dalla Relazione 2023 riguarda le modalità di esecuzione degli aborti, con un progressivo e accelerato passaggio dall'intervento chirurgico alla procedura farmacologica effettuata con Mifepristone (la cosiddetta RU486) associato o meno a prostaglandine, oppure con sole prostaglandine.  Gli aborti chimici sono il 59,4% del totale. Nel 2009, anno in cui il Mifepristone fu autorizzato per la prima volta in Italia dall'AIFA, erano soltanto l'1,2%. Il salto degli ultimi anni è direttamente riconducibile alla vergognosa circolare emanata nel 2020 dall'allora Ministro della Salute Roberto Speranza, che aggiornò le linee guida estendendo l'utilizzo del Mifepristone dalla settima alla nona settimana di gestazione (63 giorni), eliminando l'obbligo di ricovero ospedaliero e consentendo la procedura in strutture ambulatoriali pubbliche e nei consultori familiari. E soprattutto eliminando arbitrariamente tutte le raccomandazioni e le avvertenze che erano state previste nelle linee guida precedenti. Una decisione che ha favorito l’espandersi di una procedura che è decisamente più rischiosa dell’aborto chirurgico per la salute delle donne.

I dati socio-demografici

La Relazione offre poi un quadro dettagliato delle caratteristiche sociodemografiche delle donne che ricorrono all’aborto. La fascia d'età più interessata è quella tra i 30 e i 34 anni, che rappresenta il 22,8% di tutte le IVG del 2023, seguita dalle 35-39enni (21%) e dalle 25-29enni (19,6%). Il tasso di abortività più alto per classe d'età si registra proprio nelle donne tra i 30 e i 34 anni, con 9,5 IVG per mille. Sul piano dello stato civile, il 63,1% delle donne che ha abortito nel 2023 è risultata nubile (in aumento rispetto al 61,3% del 2022) e il 32,2% coniugata, anche se va tenuto presente che le donne conviventi non sposate rientrano nella categoria delle nubili. Il 42,2% delle donne che ha abortito nel 2023 non aveva figli, quota in lieve aumento rispetto al 41,4% del 2022. Il 21,6% aveva almeno un figlio, il 24,4% almeno due e l'8,9% tre o più figli. Un indicatore “positivo” - se è mai possibile usare il termine “positivo” quando si parla di aborto - è la diminuzione degli aborti ripetuti: nel 2023, infatti, il 76,8% delle donne che ha abortito ha dichiarato di non aver mai effettuato IVG in precedenza, e la quota di chi ne aveva già effettuata una o più si è ridotta al 23,2%.

Regioni: smontata la bufala della difficoltà di abortire

Sul fronte della mobilità regionale, il 92,5% delle IVG nel 2023 è stato effettuato nella regione di residenza della donna, e l'87,3% di queste anche nella stessa provincia. Si tratta di dati che di fatto smontano la bufala di abortisti e transfemministe, secondo cui in Italia sarebbe difficile abortire nella propria Regione e provincia, colpevolizzando i medici obiettori. Ebbene, anche le statistiche dei territori considerati dalla Relazione “critici”, come la Basilicata - dove il 38% delle donne residenti va ad abortire in un'altra regione - o come il Molise (il 25,6%), vanno lette pensando che si tratta di regioni così piccole che spesso è più facile andare dal proprio paesino alla regione/provincia confinante anziché ad una città o altro paesino della stessa regione. Sarebbe poi interessante chiedere alle stesse donne se per fare un esame diagnostico (una Tac o una risonanza magnetica) possano recarsi all’ospedale sotto casa o se debbano uscire dalla propria provincia o regione…

Altra bufala smontata su medici obiettori

La Relazione del 2023 sancisce poi un dato nuovo: per la prima volta, la quota di ginecologi obiettori di coscienza è scesa sotto la soglia del 60%, attestandosi al 57,1% (era il 60,5% nel 2022). Nel 2023 sono stati censiti 1.900 ginecologi non obiettori, l'11% in più rispetto al 2022. Anche in questo caso, dunque, seppur nella drammaticità dei dati sull’eliminazione della vita nascente nel grembo materno, viene smontata un’altra bufala tanto cara agli abortisti, ovvero la mancanza di medici non obiettori e la conseguente difficoltà per le donne di ricorrere all’IVG. Infatti, il carico di lavoro medio settimanale per ginecologo non obiettore è crollato: da 1,68 IVG settimanali nel 2011 (era comunque davvero irrisorio) a 0,78 - meno di una a settimana - nel 2023. La stessa Relazione afferma infatti senza ambiguità che «l'analisi dei carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore non sembra evidenziare particolari criticità nei servizi di IVG». Anche nei casi dei valori considerati più “critici”, a livello regionale, quella narrazione abortista viene di fatto smontata. Per esempio il dato del Molise, con 5,9 IVG settimanali, certifica che i non obiettori debbano fare meno di un aborto al giorno nelle strutture sanitarie, dunque una quota assolutamente alla portata del sistema sanitario e che in nessun modo più giustificare la bufala della mancanza di disponibilità o strutture dove poter abortire. Il carico di lavoro dei non obiettori è davvero trascurabile anche nelle altre Regioni: Campania (1,7 aborti a settimana), Puglia (1,5) e Sicilia (1,5). All'estremo opposto si trovano Valle d'Aosta (0,3), Friuli-Venezia Giulia (0,4) e Sardegna (0,4). 

 

 

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