Si chiamava Alexander Hastings Neville. Nato il 4 maggio 2006 ad Aliso Viejo, in California, nella contea di Orange, era un adolescente come tanti: curioso, brillante, ambizioso, sognava di diventare direttore dello Smithsonian, l’istituzione museale più grande del mondo, per coltivare la sua passione per la storia, quella americana in particolare. E poi una passione su tutte: i videogiochi. Con il papà Aaron giocava a Call of Duty, con la sorella Eden ad Assassin’s Creed e spesso l’intera famiglia andava al Comic-Con. A tredici anni aveva già aperto un piccolo business su eBay, rivendendo i suoi vecchi giocattoli e portandoli all’UPS in bicicletta, da solo. Faceva anche scherma, era nei Boy Scouts e si allenava sullo skateboard ogni giorno. Alexander, però, non c’è più dal 23 giugno 2020, perché, nonostante una vita a prima vista felice, quella di un normale adolescente americano, in realtà nascondeva un dramma reso tale dalla Rete. In particolare dai social.
La droga sui social
La storia di Alexander, infatti, è anche - purtroppo - la drammatica storia di come un ragazzo intelligente, amato, con una famiglia presente e attenta, sia potuto scivolare nell’abisso del Web nel giro di pochi giorni. Perché la rapidità di questa tragedia è forse uno degli elementi più agghiaccianti. Alex stava infatti attraversando un periodo difficile: soffriva di ansia e fragilità emotiva, aveva avuto episodi psicotici, seguiva un programma di supporto per l’umore. Purtroppo, però, per calmare quella voce interiore che non gli dava tregua, a tredici anni aveva cominciato a usare la marijuana. Poi, nelle ultime settimane di vita, era passato alle pillole, fino all’idea di comprare l’OxyContin, un oppioide prescritto negli Stati Uniti per il dolore. Una pasticca, quindi, dannosissima per un adolescente, ma la storia di Alexander ha dei risvolti ancora più inquietanti: un pusher contattato sul social network Snapchat, infatti, gli ha venduto una sostanza che però non era l’OxyContin - già di per sé dannosa - bensì una pillola contraffatta contenente fentanyl, un oppioide sintetico fino a cento volte più potente della morfina, prodotto a costi bassissimi e sempre più spesso usato per mascherarsi da altre droghe all’insaputa di chi le assume.
La richiesta di aiuto
Tutto questo si concretizzò nel giro di pochi giorni, durante i quali Alexander ebbe comunque il coraggio di chiedere aiuto ai suoi genitori, che misero subito in atto un piano per aiutarlo: nel giro di tre giorni lo avrebbero fatto entrare in una struttura ad hoc, con il suo consenso e con il supporto della sua rete di amici. Quel giorno, però, non arrivò mai, perché quella maledetta pillola era troppo potente, aveva già fatto troppo effetto. In soli dieci giorni dalla sua prima assunzione, infatti, la “dipendenza” era già stata fatale.
I social come canale di morte
La storia di Alexander non è solo la storia di un’epidemia di oppioidi, quella che da anni devasta gli Stati Uniti e che miete vittime sempre più giovani. È anche, e forse soprattutto, la storia di come i social possano diventare un mercato della morte a portata di mano di chiunque abbia uno smartphone. Il criminale che ha venduto la pillola falsificata ad Alex non stava in un vicolo buio, ma su Snapchat. Una piattaforma pensata, promossa e utilizzata da adolescenti. Pochi click, pochi secondi, nessuna verifica dell’età, nessun controllo, nessuna responsabilità. Dopo la tragedia, la madre di Alexander, Amy Neville, ha raccontato: «Ora la mia percezione delle droghe è cambiata: non è una cosa da strada. È nelle tasche dei nostri figli e viene normalizzata. Se non conosci ancora nessuno morto per overdose, presto lo conoscerai. Questo è un problema di tutti».
La Fondazione
Dopo la morte di Alex, i suoi genitori - Amy e Aaron - hanno fondato l’Alexander Neville Foundation, che oggi percorre gli Stati Uniti per formare ragazzi, genitori e insegnanti sui pericoli del fentanyl, delle pillole contraffatte, ma anche sui pericoli dell’uso dei social media come canale di spaccio. Insegnano anche l’uso del naloxone, l’antidoto che può salvare la vita in caso di overdose da oppioidi, e che può fare la differenza nei minuti cruciali prima che arrivino i soccorsi.
Una legge per i nostri figli
La storia di Alexander Neville, a ben pensarci, non è un caso lontano da noi. È lo specchio di una possibile deriva che può toccare anche il nostro Paese. In Italia, infatti, ogni giorno, milioni di adolescenti, in particolare se pensiamo a quelli sotto i sedici anni, accedono liberamente ai social network, aprono profili, interagiscono con sconosciuti, sono esposti ad algoritmi progettati per massimizzare il tempo trascorso online a qualsiasi costo, incluso il costo della loro salute mentale, della loro sicurezza, della loro vita. Non si tratta, ovviamente, di demonizzare i social media, ma di riconoscere un’evidenza: un cervello in sviluppo non ha gli strumenti per gestire l’esposizione illimitata a piattaforme costruite da ingegneri adulti per manipolare l’attenzione di altri adulti. Figuriamoci di un quattordicenne solo nella sua stanza.
Il caso di Alexander, quindi, può essere quello di centinaia se non migliaia di nostri figli e nipoti. Per questo Pro Vita & Famiglia ha lanciato la campagna nazionale “Stop ai social per minori di 16 anni”, sostenuta da una petizione indirizzata al presidente dell’VIII Commissione del Senato, il senatore Claudio Fazzone. La raccolta firme chiede con urgenza lo sblocco e l’approvazione del Disegno di Legge 1136 “Mennuni-Madia”, già incardinato in Commissione ma fermo da mesi. Il provvedimento, infatti, ha l’obiettivo di vietare il consenso digitale online per i minori di sedici anni e prevedere sistemi di verifica dell’età conformi alla tecnologia della “zero-knowledge proof”, ovvero senza acquisire dati per la profilazione e la sorveglianza degli utenti. Una soluzione che tutelerebbe i minori senza sacrificare la privacy di nessuno. Questo significa che la palla è ora in Commissione e che ogni giorno di attesa è un giorno in cui un altro Alexander, un’altra Sofia, un altro Marco possono trovarsi soli davanti a uno schermo, senza che nessuna legge li protegga davvero.