02/10/2025 di Salvatore Tropea

Presentato Rapporto sulla Libertà Educativa nel mondo. Come è messa l’Italia?

Il 30 settembre scorso, nella Sala stampa della Camera dei Deputati a Palazzo Montecitorio, è stato presentato il Freedom of Education Index 2023, conosciuto anche come Rapporto OIDEL sulla libertà educativa nel mondo. Si tratta di un ampio studio sulla situazione globale del diritto all’istruzione e sulla reale possibilità - per le famiglie - di poter contare non solo sulle scuole pubbliche statali ma anche sulle realtà private. Il tutto, ovviamente, connesso con il grado di accesso generale all’istruzione, alla dispersione scolastica e al generale tasso di alfabetizzazione. Dopo i saluti istituzionali dell’onorevole Lorenzo Malagola, di Fratelli d’Italia, che ha promosso la conferenza stampa insieme all'associazione LabOra, sono intervenuti Ignasi Grau, Direttore Generale di OIDEL; Andrea Maria Maccarini, professore ordinario di Sociologia all’Università di Padova; Massimiliano Tonarini, presidente di Cdo Opere Educative e Gianni Vicari, direttore delle scuole CEFA. Le conclusioni, invece, sono state affidate al Sottosegretario all’Istruzione Paola Frassinetti, che ha ribadito con decisione l’impegno del Governo a difendere e promuovere il pluralismo educativo in Italia.

Che cos’è il Freedom of Education Index

Il Rapporto, come detto, è uno strumento internazionale che misura il grado di libertà educativa in 157 Paesi del mondo, coprendo circa il 98% della popolazione globale. Si tratta della più ampia analisi mai realizzata sul tema, condotta da OIDEL, organizzazione internazionale con sede a Ginevra che lavora nel campo dei diritti umani e dell’educazione. Alla ricerca hanno contribuito venti esperti, con un lavoro durato oltre dieci mesi. L’indice valuta quattro aspetti fondamentali: il riconoscimento giuridico della libertà di educazione, l’entità dei finanziamenti pubblici destinati alle scuole non statali, il tasso netto di iscrizione alla scuola primaria e la percentuale di studenti iscritti alle scuole non statali. Ogni Paese riceve un punteggio su questi quattro indicatori e il totale viene normalizzato su una scala da 0 a 100, dove 100 rappresenta il modello ideale di libertà educativa. Il Rapporto 2023 evidenzia una verità spesso taciuta: la libertà educativa non è un principio meramente astratto, ma un diritto umano fondamentale, riconosciuto da trattati e convenzioni internazionali. Perché questa libertà sia effettiva, però, non basta che sia scritta nelle leggi, come hanno spiegato i relatori, ma occorre che lo Stato garantisca la possibilità concreta per le famiglie di esercitarla, anche attraverso un adeguato sostegno economico. È importante sottolineare che il Freedom of Education Index non valuta la qualità delle scuole o dei sistemi scolastici in termini didattici, ma misura se e quanto i genitori abbiano la possibilità reale di scegliere tra più opzioni educative. Per esempio, l’indice considera discriminante il fatto che una scuola non statale sia accessibile solo alle famiglie ricche: in tal caso la libertà educativa sarebbe di fatto un privilegio, e non un diritto universale. Inoltre OIDEL ha voluto costruire questo indice proprio per colmare un vuoto: mancava, fino ad oggi, infatti, una misurazione sistematica e comparativa della libertà educativa a livello globale. Per questo il Rapporto - giunto ormai alla quinta edizione - è diventato un punto di riferimento non solo per il mondo accademico e politico, ma anche per le associazioni, i genitori e i cittadini che hanno a cuore il diritto delle famiglie a educare i propri figli secondo le proprie convinzioni, valori e tradizioni. È quindi uno strumento prezioso per individuare buone pratiche, ma anche per denunciare eventuali ritardi e criticità.

La situazione italiana

Per quanto riguarda l’Italia, i dati del Rapporto mostrano luci e ombre. Il nostro Paese ottiene un punteggio complessivo di 56,64, che lo colloca soltanto al 62° posto mondiale. Sul piano del riconoscimento giuridico, il risultato è eccellente: la libertà educativa è pienamente tutelata dalla legge e dalla Costituzione, con un punteggio massimo di 100 su 100. L’Italia permette anche l’istruzione parentale, per la quale i genitori devono dimostrare di avere i mezzi necessari e i figli devono poi sostenere esami statali - da esterni - per certificare il percorso. Le note dolenti arrivano invece dal lato dei finanziamenti. L’indice attribuisce all’Italia un misero 30 su 100, segnalando che i contributi alle scuole non statali sono scarsi e poco definiti. Di fatto, soltanto le scuole paritarie che rispettano pienamente i criteri delle statali possono accedere a un sostegno, peraltro limitato e non sufficiente a coprire stipendi e costi operativi. Questa debolezza strutturale ha una conseguenza diretta: il peso delle scuole non statali nella primaria è fermo al 6%, una percentuale tra le più basse d’Europa. Sul fronte dell’accesso all’istruzione primaria, invece, i dati restano molto alti, con un tasso netto di iscrizione del 95,8%. È quindi evidente che l’Italia non ha problemi di scolarizzazione di base, ma piuttosto di effettiva possibilità di scelta da parte delle famiglie, specie quelle meno abbienti. Non sorprende che, a differenza di Paesi come i Paesi Bassi o il Belgio, in Italia il pluralismo educativo resti ancora largamente teorico. Se confrontiamo la situazione italiana con quella di altri grandi Paesi europei, come la Spagna o la Francia, emerge con chiarezza che il ritardo italiano è dovuto quasi esclusivamente al tema dei finanziamenti. La Spagna, ad esempio, si colloca al 13° posto mondiale con un punteggio di oltre 70, proprio grazie a un sostegno strutturale più ampio alle scuole non statali. La Francia, dal canto suo, si trova al 22° posto, molto più avanti rispetto all’Italia. Questo significa che, sul piano giuridico, la nostra Costituzione e le nostre leggi garantiscono già il diritto alla libertà educativa. Tuttavia, sul piano pratico, la mancanza di un adeguato sistema di sostegno economico limita fortemente questa libertà, rendendola accessibile quasi esclusivamente a chi può permettersi di pagare rette e costi aggiuntivi. In altre parole, la libertà educativa in Italia esiste, ma è fortemente condizionata dal reddito delle famiglie.

Un impegno politico e sociale

A margine della conferenza stampa, il sottosegretario Paola Frassinetti ha sottolineato l’importanza del Rapporto che «sprona tutti gli attori in gioco a spendersi sempre di più per rendere il sistema scolastico italiano migliore» e ha snocciolato alcuni dati significativi legati alla lotta contro la dispersione scolastica. Ha ricordato che nel 2024 il tasso di abbandono è sceso al 9,8%, superando con due anni di anticipo l’obiettivo del PNRR, fissato al 10,2% per il 2026, e che secondo le stime Invalsi calerà ulteriormente all’8,3% già entro la fine del 2025, anticipando di cinque anni il target europeo del 9% previsto per il 2030. Frassinetti ha spiegato che questo risultato è stato raggiunto grazie a investimenti mirati in aree di disagio, con progetti specifici per il Sud, il Nord e con il cosiddetto Decreto Caivano" (Legge 159/2023).

Ha poi posto l’accento sull’importanza delle scuole paritarie, definite «un punto di riferimento essenziale» e ha rivendicato un’inversione di tendenza, da quando l’attuale maggioranza è al governo, con lo stanziamento crescente di fondi proprio per le paritarie: 129 milioni negli ultimi anni, 113,4 milioni per l’inclusione degli alunni disabili e 90 milioni per il funzionamento delle scuole dell’infanzia. «Non bastano mai – ha ammesso – ma rappresentano un segnale forte che risponde a un grande principio: quello della libertà».

Prima di lei, Ignasi Grau ha offerto una prospettiva internazionale e giuridica. Ha ricordato che l’educazione è riconosciuta come diritto umano fondamentale e che non basta garantire scuole gratuite ed efficienti se mancano libertà e pluralismo. Ha ribadito che i genitori hanno la priorità educativa sui figli, come riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e che lo Stato non può sostituirsi a questo compito. «Affinché la libertà educativa sia reale - ha aggiunto - è necessario che lo Stato sostenga economicamente le scuole non statali: altrimenti diventa una prerogativa solo dei più ricchi». Grau ha poi concluso affermando che la libertà educativa non è un tema ideologico, ma una questione di diritti umani universali e che quindi dovrebbe stare a cuore a tutti, al di là dei colori politici. Nei saluti iniziali e finali sono intervenuti anche, rispettivamente, l’onorevole Lorenzo Malagola e Chiara Iannarelli, presidente della Commissione Diritto allo studio del Consiglio regionale del Lazio. Entrambi hanno ribadito quanto la libertà educativa sia un pilastro per ogni società realmente democratica e rispettosa della dignità della persona, quindi un obiettivo da perseguire quotidianamente per il bene tanto dei minori quanto dei genitori stessi. L'evento è stato invece moderato da Sebastiano Caputo, giornalista e presidente del gruppo editoriale Magog.

Le eccellenze e le criticità dell’Unione Europea

Il Freedom of Education Index 2023 mostra che l’Europa, e in particolare l’Unione Europea, è una delle aree più avanzate al mondo sul fronte della libertà educativa. Nei primi posti della classifica mondiale compaiono infatti Paesi come Irlanda, Paesi Bassi e Belgio, dove lo Stato finanzia interamente le scuole non statali, coprendo stipendi, costi operativi e investimenti, e dove la scelta delle famiglie non dipende dalle risorse economiche. Anche altri Paesi membri dell’UE – tra cui Danimarca, Spagna, Ungheria, Polonia, Lituania, Francia, Lussemburgo, Slovacchia e Germania – ottengono punteggi molto alti all’indicatore relativo ai finanziamenti, attestandosi su livelli pari a 70 su 100, che corrispondono a una copertura solida delle spese delle scuole non statali. Tuttavia, esistono anche realtà più deboli, come - appunto - l’Italia e il Portogallo, ferme a 30 su 100, dove i contributi pubblici sono minimi e il pluralismo educativo resta poco più che simbolico. Il Rapporto sottolinea inoltre i rischi legati a recenti cambiamenti legislativi, come quelli introdotti in Spagna nel 2020, che hanno ridefinito in senso più restrittivo i criteri di sostegno alle scuole non statali, con possibili conseguenze sulla libertà di scelta delle famiglie.

Il resto del Mondo

Guardando oltre l’Europa, il Rapporto descrive un quadro molto variegato. In Oceania e in Nord America la libertà educativa è generalmente ben tutelata, mentre in Asia e in Africa la situazione è molto disomogenea. Nel Nord Africa e in Asia Occidentale, per esempio, si trovano i punteggi più bassi, con paesi come Eritrea e Afghanistan agli ultimi posti. A livello globale, in definitiva, il 78% dei Paesi offre qualche forma di sostegno alle scuole non statali, ma solo il 31% garantisce un finanziamento realmente significativo. Nei Paesi cosiddetti “non occidentali” si registra una crescita delle cosiddette scuole private a basso costo, spesso comunitarie o religiose, che rappresentano l’unica alternativa concreta per milioni di bambini. Spiccano, tra gli altri, i casi di India, Angola e Nigeria, dove le iscrizioni alle scuole non statali sono cresciute sensibilmente, mentre in Paesi come Repubblica Democratica del Congo e Bangladesh si è registrata una forte diminuzione, spesso dovuta a riclassificazioni o cambiamenti politici, anche violenti. Sul fronte dell’istruzione parentale, invece, circa il 43% dei Paesi del mondo la consente, il 2% la vieta espressamente e nel 55% dei casi non esistono norme chiare. E’ stato infine sottolineato che la pandemia ha contribuito a diffondere una maggiore apertura in diversi Paesi, soprattutto in Africa, Oceania e America Latina, anche se in alcuni Stati, come Uruguay e Guatemala, sono state introdotte più restrizioni.

 

 

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