26/11/2020 di Manuela Antonacci

Piemonte contrario alla Ru486. Le parole dell’assessore Marrone

In Piemonte, in contrapposizione con quanto previsto dalle linee-guida del Ministero della Salute, l’assessore Maurizio Marrone, ha manifestato l’intenzione di fermare la somministrazione della pillola abortiva Ru486 nei consultori e anche lo stop alla sua distribuzione in day hospital alla fine dell’emergenza Covid. Inoltre, in una recente lettera della Regione Piemonte, da parte dell’assessorato agli Affari Legali di cui è a capo e indirizzata al Ministero della Salute, Marrone, ha fatto presente, in modo estremamente dettagliato, al Ministero della Salute, come le sue nuove linee guida, “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine” presentino una serie di criticità che noi di Pro Vita & Famiglia gli abbiamo chiesto di esplicitare.

 

In una circolare che l’assessorato agli Affari legali del Piemonte, che Lei rappresenta, ha indirizzato al Ministero della Salute, viene fatto notare che le nuove linee-guida sulla ru486 del ministro Speranza, collidono fortemente con la legge 194 che disciplina l’interruzione di gravidanza. Ci spiega meglio in che senso? Si fa riferimento soprattutto al ruolo dei consultori.

«Intanto la circolare è un approfondimento che avevamo già appurato questa estate. Il fatto che Speranza desse indicazione di attuare direttamente la somministrazione dei farmaci abortivi nei consultori, andava contro il ruolo che la 194 stessa assegna ai consultori: ovvero luoghi di approfondimento psicologico, di informazione sulle possibili forme di assistenza sociale per andare a superare le cause che possono determinare la volontà di interrompere la gravidanza. Dall’altra parte, l’elemento di novità che è emerso, invece, dagli uffici della direzione sanità della Regione, è che proprio per questa ragione, per questo ruolo del consultorio, neanche dal punto di vista organizzativo-sanitario i consultori si rivelavano idonei alla somministrazione della pillola abortiva in quei luoghi, perché è stato evidenziato che manca il collegamento anche solo logistico con gli ospedali, manca la presenza di personale medico formato all’interruzione, perché invece lì c’è personale, ci sono psicologi, personale che invece non si occupa della pratica abortiva e soprattutto  la mancanza di strumentazione come gli ecografi. E quindi sostanzialmente è emerso che se la Regione avesse dato corso, senza fermarla, la circolare Speranza, anche per la parte dei consultori, avrebbe rischiato di mettere in pericolo la salute e la sicurezza delle donne che avessero approfittato di questa opportunità, perché avrebbe mandato allo sbaraglio delle strutture che non erano adibite a questo e che non erano, nemmeno volendo, pronte ad eseguire una pratica come questa».

Nel vostro documento, in merito alla somministrazione del gemeprost vaginale, abbinata a quella del mifepristone, dal 50 esimo al 63 esimo giorno in poi, si sottolinea un’ulteriore difficoltà e criticità ovvero che il gemeprost è ormai stato ritirato dall’Aifa e che di conseguenza Il mifespristone dev’essere utilizzato in abbinamento ad un altro tipo di farmaco, a base di misoprostolo prescritto “off-label”, cioè, “al di fuori dell'etichetta" e quindi non applicabile a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Anche questo rappresenterebbe un ulteriore elemento di criticità?

«Questa è una criticità rilevata dagli uffici tecnico-sanitari della Regione, in particolare del comparto farmaceutico che, ci ha spiegato, rilevato nero su bianco, che questa criticità va ad impattare, invece su un’altra indicazione delle linee-guida Speranza, che, inizialmente, noi non avevamo ritenuto di poter contrastare, che è quello dell’allungamento del periodo di somministrazione dalla quarta settimana, invece, fino alla settima. E quello che i sanitari ci hanno spiegato è che, mano a mano che si va oltre la quarta settimana l’Ru486, il mifespristone, non è sufficiente, da solo, a determinare il completamento del processo abortivo a livello farmacologico e quindi dev’essere accompagnato dalla prostaglandina, che è il secondo farmaco. Il paradosso, però, è che questa prostaglandina è stata sostanzialmente il farmaco che la contiene, è stato revocato dal commercio dall’Aifa in primavera e quindi sostanzialmente reperibile solo sul mercato estero, ma da farmaci che non sono coperti dal servizio sanitario nazionale. E quindi la donna che intenda avvalendosi, diciamo così, della possibilità delle linee-guida Speranza, di effettuare l’aborto farmacologico, oltre la quarta settimana, dunque, fino al quarantanovesimo giorno e quindi, come prevede Speranza, sarebbe costretta a farlo a sue spese, con costi alti. Sono, da quello che ricordo 500 euro, per delle candelette di prostaglandina che, sarebbero necessarie per completare il procedimento. La conseguenza è che, se anche lì, per assurdo, la sanità regionale avesse deciso di attuare l’estensione del periodo di somministrazione, come dice Speranza, senza la disponibilità di questo farmaco, paradossalmente si sarebbe assunta la responsabilità di aumentare di molto i rischi di non completamento del processo abortivo e quindi costringere magari la donna a iniziare l’aborto a livello farmacologico e poi dover, dopo le complicazioni per il mancato completamento, doverlo poi comunque terminare a livello chirurgico. Tutte queste considerazioni ci hanno fatto poi pensare che queste linee - guida sono state assunte per necessità propagandistiche-ideologiche perché non hanno tenuto conto di tutti i profili di fattibilità sanitaria e le regioni che intendono dar corso a queste linee-guida senza ragionare sulle criticità che abbiamo rilevato in Piemonte, si troverebbero davvero a mettere a rischio la salute della donna o comunque ad esporla a dei pericoli che di sicuro non vanno nel senso dei diritti della donna stessa, a partire da quello alla salute, alla sicurezza e alla sua dignità».

La somministrazione della Ru486 che ora è stata ulteriormente agevolata con le misure adottate dal Ministero della Salute, è davvero un modo per garantire la libertà di scelta nelle donne, una conquista di civiltà, come sostiene il fronte abortista?

«Quando avviene, seguendo le linee-guida Speranza, senza tutte le garanzie che mancano dal punto di vista farmaceutico-sanitario, vanno nel senso opposto, perché illudono la donna che sia un processo più semplice e gravoso, quando in realtà le espongono in queste condizioni, a rischi di ulteriori complicazioni per la salute, mancanza di assistenza ospedaliera che, invece, era prevista, originariamente, appunto in ospedale e quindi il paradosso, secondo le linee-guida Speranza, è che l’Ru, verrebbe praticato senza tutte delle condizioni di sicurezza che sarebbero state immaginate a garanzia della donna. Il timore è che queste linee- guida puntassero esclusivamente ad aumentare, con l’accessibilità più facile, il numero delle interruzioni di gravidanza, senza però preoccuparsi delle condizioni di sicurezza e soprattutto, poi, di fattibilità sanitaria, di queste indicazioni. Quindi secondo noi, espongono molto di più rispetto al farmacologico in ricovero ospedaliero o il chirurgico, la donna a condizione gravose a livello di rischio sanitario e di onere economico».

 

 

 

 

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