01/10/2021 di Anna Bonetti

Perché non bisogna dimenticare che a San Marino ha vinto il diritto di uccidere

Anche San Marino, il micro-stato che fino a poco tempo fa rappresentava una roccaforte di civiltà, di vita, di speranza nel cuore del territorio italiano ha deciso di convertirsi a “roccaforte dell’eugenetica”, di intraprendere la via della decadenza e di aprirsi all’aborto totale.

Il Referendum della scorsa settimana, infatti, ha decretato la vittoria della legalizzazione dell’aborto con oltre il 77% delle preferenze, anche se ben il 59% degli abitanti si è astenuto (ricordiamo che a San Marino non è previsto il raggiungimento del Quorum per validare una consultazione referendaria).

Chi lotta per la difesa della vita non si arrende, perché i più indifesi, cioè i bambini nel grembo materno e le loro mamme non vengano lasciati soli di fronte ai mali della società che ahimè, sono arrivati prepotentemente anche qui a San Marino. Il lavoro continua al fianco di chi crede che la difesa della vita sia sempre la prima e l’unica scelta”. Sono state le parole di Chiara Benedettini, avvocato, madre adottiva e membro del comitato “Uno di noi” (il Comitato per il No), che nelle ultime settimane prima del voto ha lavorato senza sosta per difendere la vita all’interno della Repubblica di San Marino, per stare dalla parte della madre e del figlio. “Una sconfitta per la vita, ma si riparte dall’opera cresciuta in questi mesi dai difensori della vita” ha dichiarato invece don Gabriele Mangiarotti in un’intervista alla Nuova Bussola Quotidiana.

Alcuni, invece, la chiamano “vittoria”, eppure l’unica “vittoria” di cui parliamo è la morte dei nascituri. Uccidere i propri figli “in nome della legge”, infatti, è il fallimento di una società che preferisce la morte alla vita. Di una società in cui chi non è perfetto non è degno di vedere nemmeno la luce del sole. Ricordiamo perfettamente la crociata condotta dalle UDS (Unione Donne Sammarinesi) contro la campagna realizzata dal comitato “Uno di noi” che denunciava l’aborto eugenetico, accusati barbaramente di strumentalizzare la disabilità, quando in realtà hanno difeso a spada tratta il diritto alla vita anche per le persone disabili.

Non certo un grande esempio di inclusione quello delle UDS, le quali dicono di essere al fianco delle persone più fragili e indifese, mentre in realtà ne promuovono l’uccisione in grembo.

D’ora in poi, dunque, la vera vittoria sarà nascere per chiunque abbia una disabilità diagnosticabile prima della nascita. Ad esempio sappiamo come nella civilissima Islanda la percentuale di bambini con sindrome di down che vengono alla luce sia prossima allo 0. Un risultato “eccellente” per l’eugenetica, che non ha aspettato ad insidiarsi nel disegno di legge proposto dai promotori del referendum, in cui la disabilità rientra nel contesto di “anomalie e malformazioni del feto”, come riportato dal quesito referendario, che ricordiamo essere stato il seguente:

«Volete che sia consentito alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza entro la dodicesima settimana di gestazione, e anche successivamente se vi sia pericolo per la vita della donna o se vi siano anomalie e malformazioni del feto che comportino grave rischio per la salute psico-fisica della donna?».

Come traspare dal quesito, di fatto si è reso legale l’aborto in qualsiasi fase della gestazione, poiché non vi è indicato alcun limite per abortire. Basta appellarsi alla giustificazione che la gravidanza compromette la “salute psico-fisica della donna”. Più volte le UDS hanno denunciato che la legge vigente prima del Referendum e che proibiva l’aborto, non interveniva nemmeno in caso di pericolo di vita della madre. Tale affermazione, però, è stata smentita più volte da Chiara Benedettini, la quale ha ribadito che il vecchio ordinamento permetteva di intervenire in tali situazioni. Si parla di casi estremi, nonché rarissimi, in cui la morte del feto non è intenzionalmente voluta. Un punto delicatissimo, sul quale gli abortisti hanno fatto leva per sdoganare l’aborto anche in tutti gli altri casi.

Così, la nuova legge sammarinese apre ad uno scenario drammatico, che permette l’aborto fino al nono mese e per qualsiasi motivo. Non appena il comitato “Uno di noi” ha denunciato quest’atroce verità, l’UDS non ha esitato a controbattere dichiarando che “l’aborto al nono mese non esiste”, omettendo però di confessare che basta fare una breve ricerca su wikipedia per smascherare le loro menzogne e che esistono paesi spesso definiti “baluardo della civiltà”, in cui una terribile atrocità come l’aborto al nono mese non solo esiste, ma è addirittura legale e rientra nella categoria dei “diritti umani”.

L’ennesimo inganno, dunque, sulla pelle delle donne. Eppure, come ben si sa, la verità prima o poi è destinata ad uscire alla luce del sole e con lei tutti i danni di cui le donne dovranno pagare le conseguenze, conditi da ferite indelebili che non si rimargineranno mai.

Eppure, non va sottovalutato che ci sono altri esempi, di vera civiltà e di vera difesa della vita nascente. Basti pensare al Texas, che con i suoi 29 milioni di abitanti rappresenta un traguardo senza precedenti per il mondo pro-life grazie alla “Heartbeat Law” contro i soli 30 mila abitanti sammarinesi, i quali hanno sempre avuto la possibilità di abortire oltre confine. Una notizia confortevole, che dovrebbe spingere a combattere per il bene, con la stessa determinazione che i nostri avversari hanno nel male.

Quella di San Marino è una storia che ci insegna a rimboccarci le maniche, nonostante la sconfitta e a non stancarci mai di gridare la verità, che prima o poi prevarrà sulla menzogna. Una storia che ci insegna l’importanza di prendere esempio dai pro-life d’oltreoceano, di continuare a combattere senza se e senza ma, fino al giorno in cui l’aborto non diventerà illegale, ma proprio impensabile.

 

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Info