26/08/2026 di Francesca Romana Poleggi

“Per sempre sì”... non è solo una canzone

La famiglia fondata sul matrimonio e su un amore stabile e fedele è il fondamento della società, dell'educazione e dello sviluppo economico. Ecco perché il "per sempre sì" è una speranza concreta.

È fin troppo scontato rilevare che oggi la famiglia è in crisi: ce lo possiamo spiegare anche alla luce di quanto descritto nelle pagine precedenti. Ma resta un dato di fatto inoppugnabile che la famiglia sana, unita e per sempre, è la chiave di volta e la svolta per un risanamento della società.

Va inoltre ribadito che - per quanto i media si affannino a mostrare le famiglie corrotte dalla violenza in tutte le forme possibili - se il mondo non è ancora finito è perché sono molte, molte di più le famiglie sane che, sia pure tra mille difficoltà e spesso controcorrente, crescono figli sani: le querce che cadono fanno sempre molto rumore rispetto all’erba che cresce silenziosa.

Nel febbraio scorso Aldo Cazzullo ha stroncato il brano vincitore del Festival definendolo la «canzone più brutta della storia di Sanremo» e paragonandolo polemicamente alla colonna sonora di «un matrimonio della camorra». Molti “benpensanti” hanno sottoscritto e rilanciato le critiche al brano di Sal Da Vinci. Al netto del valore musicale del brano di genere melodico napoletano, che non giudico e che può essere gradito o meno, a me sembra opportuno schierarsi dalla parte del pubblico che, invece, ha apprezzato e molto quella canzone.

Infatti, al di là delle critiche dei “salotti buoni”, “Per sempre sì” ha conquistato il pubblico. Nei pronostici iniziali (secondo All Music Italia) era partito addirittura da quota 41.00. È poi risalito nei pronostici fino a diventare uno dei grandi favoriti alla vigilia della finale.

Allora: da un lato è vero che la sessolatria e il conseguente attacco alla famiglia condotto diabolicamente - consentiteci l’espressione - e molto efficacemente dal punto di vista della propaganda ideologica, e sul piano culturale e sul piano legale (divorzio, aborto, fecondazione artificiale), hanno prodotto effetti devastanti, ma dall’altro abbiamo una buona notizia: nel cuore dell’uomo c’è ancora l’ansia dell’infinito, del desiderio di un amore per sempre e - perché no - davanti a Dio, che fa sognare e fa sperare.

La famiglia è naturale

La famiglia, unione stabile d’amore aperta alla generazione, risponde all’esigenza di bene, giustizia, sicurezza, felicità che è nel cuore di ciascuno ed è un capitale per la società. La promessa di donarsi reciprocamente e per sempre è la base di un luogo di comunione che educa al rispetto della pari dignità delle persone, a prescindere dalle diversità di sesso e di età. In famiglia si insegnano e si imparano la fiducia, l’amore, il perdono. La famiglia cura la solitudine, uno dei grandi mali del nostro tempo. Ci sono un senso e un valore nell’interdipendenza: gli individui soli sono fragili. Le persone, invece, che intessono legami, che sono inserite in un tessuto familiare, sono più forti, sono protette dai centri di potere ideologici, finanziari e politici consumisti e materialisti. Voglio dire che esiste la famiglia “del Mulino Bianco”? Certamente no. Siamo tutti imperfetti e ogni famiglia ha le sue imperfezioni. I genitori facilmente commettono errori, ma la famiglia naturale resta sempre - nonostante tutto - il meglio per i figli e per la società.

La famiglia è economia

Il “per sempre sì” ha anche un valore economico sostanziale. La famiglia è “l’ospedale più vicino” ed è il ricovero ideale per gli anziani (e fa risparmiare la collettività). Pone in essere economie di scala: tanti individui soli costerebbero e spenderebbero molto di più: in famiglia si insegna il risparmio, perché si vive in prospettiva del futuro (per i figli, i nipoti, ecc.). E il risparmio è uno degli aggregati fondamentali della macroeconomia. Perciò la famiglia è anche motore di sviluppo economico per lo Stato. E quando la famiglia si disgrega, lo Stato deve moltiplicare i suoi interventi di assistenza sociale per figli, anziani, persone sole, con costi elevati tanto sul piano sociale quanto su quello economico.

Serve il risparmio?

Ai tempi della Grande Depressione, negli anni Trenta del Novecento, il modello dell’economia liberale andò in crisi e fu scalzato dal modello keynesiano: il mercato non raggiunge da sé l’equilibrio ottimale, serve l’intervento dello Stato nell’economia. Non è l’offerta (la produzione) che crea la domanda, ma la domanda che crea l’offerta. Keynes è stato l’inventore dell’“helicopter money”: per uscire dalla crisi lo Stato deve stampare moneta e potrebbe anche distribuirla a pioggia da un elicottero. I consociati avrebbero così i mezzi per consumare, le imprese ricomincerebbero a produrre e l’economia riparte. In quest’ottica, per Keynes, il risparmio è nemico della crescita economica: solo i consumi si moltiplicano e generano aumenti più che proporzionali del reddito nazionale. Non è questo il luogo per approfondire la questione. Basti dire che la spinta al consumismo data da queste teorie è stata forte. E poi è anche vero il contrario. Cioè che se le imprese sono incentivate a produrre, organizzando tutta la serie di fattori produttivi necessari, dovranno remunerarli, e così gli stessi lavoratori, i fornitori di materie prime, ecc., avranno i mezzi per acquistare i prodotti. Oltretutto sceglieranno quelli migliori a vantaggio delle imprese più efficienti, operando la “selezione naturale” che assicura progresso economico e tecnologico. Gli investimenti, però, sono costosi e avvengono solo se è facile accedere ai capitali: l’abbondanza del risparmio (offerta di moneta) dovrebbe tener basso il costo degli investimenti (domanda di moneta): va incentivato, quindi, il risparmio. Il consumo, poi, verrà da sé.

Abbiamo molto semplificato, ma in effetti è un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina: è la domanda che crea l’offerta (Keynes) o l’offerta che crea la domanda (liberali)? La storia ha dimostrato che, in base alla contingenza, la soluzione liberale e quella keynesiana hanno dato di volta in volta risposte adeguate al superamento delle inevitabili crisi e che probabilmente l’ideale è una sintesi equilibrata delle due soluzioni.

Servono consumatori seriali, senza famiglia

Negli ultimi decenni però l’ideologia neo-malthusiana e il nichilismo - che hanno in odio l’essere umano - hanno propagandato l’odio per la famiglia (prima per il padre, poi per i figli, ora anche per la madre). Ma se la popolazione decresce come fa a “girare” l’economia? Chi compra i beni di consumo? Ecco allora il consumismo più sfrenato: la creazione di bisogni sempre più artificiali e la convenienza a isolare sempre di più gli individui che - senza famiglia - risparmiano meno e consumano di più.

Ma la famiglia serve all’economia

La famiglia, invece, serve all’economia perché serve a generare persone sane, equilibrate e - in ultima analisi - più felici, quindi da un lato più produttive, dall’altro meno costose per la società. Dove la famiglia è sana, le nuove generazioni sono più sane anche da un punto di vista sociale: meno delinquenza, meno devianza. Il che significa meno costi per la società.

Bisognerebbe poi spiegare ai materialisti che, sì, i contratti sono certamente basati sull’aspettativa di un guadagno, ma anche nei rapporti contrattuali servono la fiducia, la capacità di dare e mantenere la parola, la responsabilità, che sono valori “pre-economici” e “pregiuridici”: sono frutto dell’educazione che si riceve in famiglia.

La famiglia è un porto sicuro nelle avversità, è il luogo dove si può essere se stessi perché si viene accettati per quello che siamo, mentre siamo stimolati a migliorare. Certo si discute e si litiga, ma poi si fa pace e si impara a perdonare.

Nulla rende felice il cuore dell’uomo come un altro cuore che gli corrisponde, che lo ama; anche gli uomini e le donne di oggi immersi nell’edonismo, che spesso cinicamente ridicolizzano questo ideale, sono attratti e affascinati dall’amore autentico, solido, fecondo, fedele e perpetuo: vanno dietro agli amori temporanei, ma sognano l’amore per sempre; corrono dietro ai piaceri carnali, ma desiderano la donazione totale. Per questo, crediamo, Sal Da Vinci ha vinto a Sanremo.

 

 

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