La presidenza della COMECE, la Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea, riunitasi lo scorso 3 dicembre 2025, ha preso posizione in modo chiaro e fermo contro la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’UE nella causa Wojewoda Mazowiecki (C-713/23), relativa all’obbligo per gli Stati membri di riconoscere i “matrimoni” tra persone dello stesso sesso contratti in altri Paesi dell’Unione. I vescovi europei ricordano che le loro considerazioni sono radicate nella visione antropologica della Chiesa, fondata sulla legge naturale, secondo cui il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna. Pur ribadendo il rispetto per il ruolo della magistratura europea, la COMECE afferma di sentirsi in dovere di segnalare con preoccupazione l’impatto di questa decisione su ambiti che appartengono al cuore delle competenze nazionali, a cominciare dal diritto di famiglia. Da anni, sottolineano, la Commissione Affari Legali della COMECE invita a un approccio prudente e cauto sul diritto di famiglia con implicazioni transfrontaliere, proprio per evitare indebite influenze sui sistemi giuridici degli Stati membri. La nuova sentenza, invece, impone a ogni Paese dell’UE di riconoscere il matrimonio tra due cittadini dello stesso sesso legalmente contratto altrove, quando essi hanno esercitato la loro libertà di circolazione e soggiorno, spingendo la giurisprudenza ben oltre i limiti delle competenze dell’Unione.
La Corte forza gli Stati
Nel suo testo, la COMECE richiama l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, che garantisce il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia “secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”. È un passaggio decisivo: in molti ordinamenti europei, spesso anche a livello costituzionale, il matrimonio è definito precisamente come unione tra un uomo e una donna. La stessa Corte di Giustizia, nella sentenza, riconosce in teoria che l’istituto del matrimonio nello Stato membro d’origine è definito dal diritto nazionale e che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, le norme in materia restano di competenza degli Stati, liberi di prevedere o meno il matrimonio per persone dello stesso sesso. Tuttavia, osservano i vescovi, questa affermazione viene immediatamente ristretta, perché la Corte precisa che, nell’esercizio di tale competenza, ogni Stato deve comunque rispettare il diritto dell’Unione, in particolare le disposizioni dei trattati sulla libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini. Il risultato, secondo la COMECE, è una applicazione di norme che dovrebbero proteggere componenti sensibili dei sistemi giuridici nazionali in modo tale da impoverirne il significato: è il caso dell’articolo 9 della Carta, ma non solo. I vescovi ricordano infatti che una simile tendenza si è già vista con altre disposizioni, come l’articolo 17, paragrafo 1, del TFUE, che tutela lo status delle Chiese e delle comunità religiose secondo il diritto degli Stati membri. Anche il richiamo al rispetto delle “identità nazionali” sancito dall’articolo 4, paragrafo 2, del TUE appare, nella sentenza, sorprendentemente debole. Per alcuni Paesi, la definizione di matrimonio fa parte integrante dell’identità nazionale, ma la Corte sembra attribuire a questo principio un ruolo puramente marginale, aprendo la porta a una progressiva erosione delle tradizioni giuridiche e culturali dei singoli Stati.
I rischi denunciati dai vescovi
La COMECE denuncia anche le conseguenze concrete che questa pronuncia avrà sui diritti di famiglia dei singoli Stati. La sentenza, infatti, non solo obbliga al riconoscimento dei “matrimoni” tra persone dello stesso sesso contratti in altri Paesi, ma richiede di introdurre procedure specifiche di riconoscimento e arriva a chiedere la disapplicazione, se necessario, delle disposizioni nazionali incompatibili. In questo modo, di fatto, si crea una convergenza degli effetti del diritto matrimoniale in Europa, pur in assenza di un mandato dell’Unione ad armonizzare il diritto di famiglia. Secondo i vescovi, ciò incide sulla certezza del diritto, perché rende sempre più difficile, per gli Stati membri, prevedere quali parti del loro diritto di famiglia resteranno davvero di loro competenza e quali saranno invece progressivamente assorbite dalla giurisprudenza europea. La COMECE teme inoltre che il “modello” di questa sentenza possa essere esteso in futuro ad altri settori sensibili del diritto di famiglia transfrontaliero, come ad esempio la maternità surrogata, aprendo la strada a pressioni per il riconoscimento di situazioni create attraverso pratiche gravemente lesive della dignità umana. In un contesto già segnato da difficoltà e diffidenze verso le istituzioni europee, i vescovi non si stupiscono che decisioni di questo tipo alimentino sentimenti antieuropei e possano essere facilmente strumentalizzate. La loro dichiarazione suona come un monito: un’Unione che pretende di costruirsi sulla compressione delle identità nazionali e sulla ridefinizione ideologica del matrimonio rischia di allontanarsi dai popoli che la compongono e dalla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo.