05/06/2016

Parole, parole, parole, NON soltanto parole...

Le parole contano.

Le parole che usiamo non solo riflettono i nostri valori, ma aiutano a definirli.

Le parole e il linguaggio plasmano le menti e le idee. E la lingua è particolarmente importante nei dibattiti bioetici.

Consapevoli di questo, dobbiamo cercare di mantenere il nostro linguaggio preciso e descrittivo, in particolare quando si tratta di questioni sulla dignità umana. Dobbiamo essere vigili rispetto alle parole che ‘disumanizzano’ le persone deboli e vulnerabili. Dobbiamo stare attenti a parole che servono, come il miele, per mandare giù la cicuta.

Quando sono cominciate le ricerche sulle cellule staminali embrionali e quando, prima ancora, è cominciato il dibattito sull’aborto, ci hanno ripetuto fino allo sfinimento che si aveva a che fare con ‘un ammasso di cellule’ che non ha niente di umano, non è neanche ancora un embrione. Mai – in certi contesti, a cominciare dalla legge 194 – vengono usate le parole ‘bambino’ o ‘figlio’. Al massimo si parla di ‘feto’.

Ma per sua natura, come ben sanno i nostri Lettori, quel ‘grumo di cellule’ è un essere in via di sviluppo. La sua integrità è definita, il suo potenziale latente è la fase iniziale della vita umana in cui il ‘tutto’ che già c’è si sviluppa in modo autonomo in parti organiche. E’ un piccolo organismo umano, un membro vivente della specie Homo Sapiens, con un presente e un futuro umano...

Ma intanto i sostenitori dell’aborto e delle manipolazioni degli embrioni con le parole, innanzi tutto, negano la dignità al bambino non ancora nato. E pian piano ci insegnano a dire e a pensare che ‘s’interrompe la gravidanza’, quando in realtà si ammazza un bambino.

Le parole hanno così il potere di degradare la dignità umana. Anche quella di persone nate e cresciute. Un esempio classico è il termine ‘vegetale‘, riferito a chi ha gravi disabilità cognitive e menomazioni. Anche il termine “stato vegetativo persistente” è peggiorativo: perché non “stato di incoscienza persistente”? Perché a forza di usare le parole “giuste” ci abituiamo a escludere queste persone, i bambini in grembo e gli handicappati gravi, dal novero degli esseri umani.

Da tempo, anche i fautori dell’eutanasia hanno intrapreso la via della neolingua. Confondono le menti delle persone con i termini ‘eutanasia’, ‘suicidio assistito’, ‘sedazione terminale’, pretendendo di distinguere di caso in caso e facendo questioni di lana caprina. In Olanda il dott. Wachter, un’eutanasista convinto, direttore dell’Istituto di Sanità, da decenni spiega apertamente che la parola ‘eutanasia’ danneggia la causa mortifera, perché la gente naturalmente la associa all’idea dell’uccisione. E invece, ci chiediamo, dare la morte che cos’è?

La Hemlock Society, una delle più grandi organizzazioni che promuove l’eutanasia, si chiama ‘Compassione e scelta’: il nome più dolce e positivo che poteva trovare.

In America le leggi di Oregon, Washington, Vermont e California che legalizzano l’eutanasia specificano soltanto che ciò che accade non è un suicidio (!). Ci hanno fatto delle conferenze internazionali per cercare una parola (inglese) adatta a descrivere l’eutanasia in modo ‘gentile’: da ultimo ci hanno ragionato durante la Conferenza Mondiale della Federazione delle Società, ad Amsterdam, poche settimane fa.

Morte catartica, completamento intenzionale della vita, esito, fine razionale della vita, uscendo, terminazione razionale della vita, morte non contingente, morte consensuale e razionale, suicidio amorevole... alla fine ‘morire con dignità’  è risultata l’espressione favorita in un sondaggio.

Un termine molto apprezzato e sponsorizzato da ‘quelli che contano’ è, invece, la parola ‘dignicidio’.

Insomma hanno bisogno di un’espressione nuova, senza connotazioni negative. La parola ‘suicidio’ va bandita, dovrebbe essere un tabù. Deve anche essere un vocabolo breve, in modo che sia adatto per un tweet.

Per quanto ci riguarda, alla luce di tutto questo, invitiamo tutti i nostri Lettori a usare, in tutti i casi, sempre e solo  termini come ‘eutanasia’, ‘uccisione’, ‘morte’. Ci sembra troppo ‘gentile’ anche l’espressione ‘suicidio assistito’, perché i poveracci che arrivano a tanto finiscono comunque morti ammazzati da qualcuno.

Francesca Romana Poleggi

Fonti: National Right to Life; BioEdge


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