Diciassette anni fa, il 9 febbraio 2009, l'Italia assisteva attonita alla morte di Eluana Englaro, una giovane donna di 38 anni che, dopo un grave incidente automobilistico nel 1992, si trovava in uno stato vegetativo persistente. Eluana respirava autonomamente e non dipendeva da macchinari per la vita, ma solo da un sondino per l'alimentazione e l'idratazione artificiale. Suo padre, Beppino Englaro, nominato tutore legale, intraprese una lunga battaglia giudiziaria a partire dal 1999 per interrompere questi sostegni vitali, basandosi su una presunta volontà della figlia ricostruita da testimonianze informali, ignorando però altre voci contrastanti da amici e insegnanti che suggerivano il contrario. Dopo rifiuti iniziali, la Corte d'Appello di Milano autorizzò, nel 2008, il distacco dei macchinari, scatenando un dibattito infuocato che divise il Paese tra chi invocava il presunto diritto a una sorta di “morte dignitosa” e chi, come il fronte pro life, vedeva in ciò un vero e proprio atto di eutanasia camuffato da pietà.
La prima sentenza di morte in Italia
Quella che per alcuni fu una "vittoria" dei diritti individuali rappresentò in realtà la prima sentenza di morte emessa in Italia sul tema del fine vita. Dunque un precedente pericoloso che aprì la strada a una cultura della morte camuffata come cura. La condizione di Eluana, infatti, pur grave con quadriplegia, non giustificava la sospensione di cibo e acqua, equivalenti a negare nutrimento a un disabile incapace di alimentarsi da solo. Trasferita il 3 febbraio 2009 da Lecco a una clinica di Udine, che si rese disponibile a eseguire la sentenza, Eluana morì dopo circa 87 ore da quando - il 6 febbraio - fu staccato il sondino e furono sospesi i trattamenti di sostegno. La causa fu un arresto cardiorespiratorio che l'autopsia confermò come conseguenza diretta dell’atroce privazione di alimentazione. La Chiesa cattolica, con Papa Benedetto XVI in prima linea, condannò fermamente l'accaduto, definendolo un attacco alla sacralità della vita.
L'Italia, oggi
Oggi, ricordando Eluana nell’anniversario della sua morte, Pro Vita & Famiglia continua a combattere contro leggi che legalizzerebbero pratiche simili. È infatti il caso dell’attuale disegno di legge sul fine vita in discussione in Senato, tra l’altro presentato da una parte del centrodestra che vorrebbe farlo passare come una sorta di “male minore”.