Il periodo tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 è stato caratterizzato da una serie di iniziative legislative in vari ordinamenti del mondo che vanno nella direzione di una maggiore regolamentazione dell’uso dei social da parte dei minori. Per esempio Australia, Danimarca, Spagna e Francia sono soltanto alcuni dei Paesi che hanno imposto dei divieti al di sotto dei 16 anni e viene spontaneo chiedersi - e sperare - se tale tendenza diventerà globale. Secondo il Media Educator Matteo Maria Giordano, i cambiamenti in atto sono senz’altro lodevoli ma potrebbero essere insufficienti. Intervistato da Pro Vita & Famiglia, Giordano, che svolge attività di consulente scolastico per l’educazione alle tecnologie digitali, ha infatti rammentato l’importanza del fattore educativo e della responsabilità delle famiglie.
In alcuni Paesi si sta vietando la fruizione dei social ai minori di 16 anni: sono esempi da seguire?
«Rispetto a queste misure il mio pensiero è positivo, nel senso che in questo momento storico stiamo affrontando una vera epidemia di problemi di salute mentale delle nuove generazioni, in cui sicuramente l’uso smodato e precoce della tecnologia ha un ruolo e una responsabilità enormi. Credo quindi che delle scelte politiche di questo tipo siano doverose per tutelare la salute dei ragazzi e dei bambini».
Serve quindi una legge?
«I dati che abbiamo sono davvero molto preoccupanti e naturalmente non si può pensare che solo una legge possa risolvere tutto, anche perché è chiaro che ci saranno numerosi tentativi di svicolare o bypassare un’eventuale norma. Certamente la legge è un passaggio importante, poiché rappresenta un’importante presa di posizione da parte delle istituzioni. Essa, però, deve andare ovviamente di pari passo con una forte campagna di educazione all’uso corretto della tecnologia (cosa che io e i miei colleghi facciamo ormai da più di 15 anni). Un’opera educativa che diventa sempre più complessa, perché l’età della fruizione è sempre più anticipata e accompagnata da scarso controllo sull’uso della tecnologia da parte degli adulti».
Che tipo di educazione sarebbe necessaria?
«Io risiedo in Friuli-Venezia Giulia dove, con la mia associazione, abbiamo firmato una convenzione con la Regione per entrare addirittura nei corsi pre-parto a fare prevenzione parlando ai genitori. Ciò la dice lunga sul fatto che 15 anni fa parlavamo esclusivamente ai ragazzi delle scuole superiori, quindi vuol dire che evidentemente c’è stato qualcosa che non ha funzionato o di cui comunque abbiamo completamente perso il controllo. Come accennavo prima, da questo punto di vista, i dati sono impietosi: ci troviamo con problematiche davvero importanti di salute mentale, con un numero di ricette per psicofarmaci rivolte a bambini e ragazzi triplicato negli ultimi dieci anni e un accesso alla neuropsichiatria infantile che è aumentato del 180%. Ci sono, cioè, dei dati inconfutabili che ci stanno raccontando di un malessere in cui la tecnologia ha un ruolo importantissimo. Credo quindi che una presa di posizione così netta da parte di alcuni governi sia assolutamente importante».
Ritiene che l’Italia debba mettersi nel solco di questi Paesi?
«Credo di sì. Teniamo presente che qui stiamo parlando di accesso ai social network. Non stiamo parlando di dare o non dare il telefono. Ci sono correnti di pensiero che ovviamente tendono a essere molto restrittive rispetto a concedere l’uso del telefono ai ragazzini. Io stesso ho praticato questa idea con i miei figli fino alla fine delle scuole medie, anche perché, inevitabilmente, il telefono ti porta a esplorare strade che non sei ancora pronto ad esplorare. Quindi, quello che stanno facendo alcuni governi in questo periodo consiste soprattutto nel vietare l’accesso ai social network e di spingere le piattaforme ad un controllo molto radicale e meticoloso sull’età dei ragazzi che vi accedono. Ciò avviene perché, all’interno dei social, si manifestano dinamiche tali per cui un ragazzino immaturo rischia di rimanere veramente incastrato».
Quali dinamiche?
«Parliamo di cyberbullismo, di adescamento, di disturbi del comportamento alimentare, di autolesionismo e di moltissimo altro, in un’età in cui ancora non si ha la maturità mentale per poter stare all’interno di dinamiche di questo tipo, quindi è molto facile che si possa fare del male a se stessi o ad altri. Ciò che stanno facendo alcuni governi è fondamentalmente quello di bloccare l’accesso a questi social network agli under 14, under 15 o under 16 proprio per permettere al loro cervello uno sviluppo armonico che permetta loro di arrivare a quell’età senza il trauma di dover affrontare situazioni come quelle che ho menzionato. Sono assolutamente concorde con chi, anche in Italia, sta cercando di portare avanti questa linea e lo dico soprattutto perché mi confronto quotidianamente con i danni di un’esposizione precoce ai social network, ai videogiochi e a queste piattaforme che i bambini vivono, per l’appunto, come dei giochi o, comunque, con una certa leggerezza, ma che in realtà causano danni molto rilevanti».