12/10/2019

Milano, dipendente subisce mobbing perché incinta

Nella nostra società così teoricamente “antimaschilista” si fa tanto parlare di violenza di genere e di sessismo, salvo poi, nel concreto, fare l’esatto opposto di ciò che si predica, anzi, si grida, ai quattro venti. Per questo motivo torniamo a trattare l’episodio di mobbing e minacce subito da una donna solo perché incinta.

L’ultimo, scandaloso, episodio di discriminazione ai danni del gentil sesso è avvenuto a Milano nei confronti di Chiara, dipendente di un’azienda, “rea” di essere in attesa del suo secondo bambino.

E’ bastata proprio la notizia della sua seconda gravidanza a far scattare minacce: «Ti conviene accettare l’offerta. Se rientri al lavoro ti faranno morire», parole con cui un consulente aziendale, emissario del suo datore di lavoro, senza tanti complimenti l’ha invitata ad accettare la buona uscita e a levarsi dai piedi. Così dopo quindici anni di lavoro la donna si ritrova in una situazione da incubo. Come ha raccontato alla sede regionale della Cgil, nell’azienda ci sarebbe stato un cambio generazionale ai vertici e il suo nuovo capo avrebbe preso a tormentarla da subito, non appena appresa la notizia della gravidanza.

Inizialmente le avrebbe rinfacciato un «ritardo nella comunicazione» e quando lei, per tutta risposta, gli avrebbe fatto notare che l’annuncio sarebbe avvenuto entro i termini previsti dalla legge, lui avrebbe risposto: «Dovevi dirmelo già quando tu e il tuo compagno avete deciso di avere un altro bambino». Insomma, la maternità vissuta come una colpa o come una grave mancanza o una sorta di negligenza, come se mettere al mondo un figlio non costituisse, invece, un grandissimo servizio, anzi, un servizio di prim’ordine reso alla società.

Da quel momento inizia un mobbing a regola d’arte nei suoi confronti: innanzitutto le comunicano che l’azienda non la vuole più tra i pedi e che se non avesse accettato in quel momento stesso la buona uscita, sarebbe stata comunque licenziata al compimento del primo anno del figlio. Ma la donna decide di continuare lo stesso a presentarsi in azienda. Tuttavia da quel momento è costretta ad affrontare un’escalation incredibile di umiliazioni, con la complicità di tutto il personale: viene declassata da responsabile di reparto a “manovale”: costretta a fare fotocopie, rispondere al citofono («ma non al telefono») e tutta un’altra serie di servizi non all’altezza delle sue competenze. Viene di fatto isolata dal contesto aziendale: dal suo computer non può aver accesso alla posta elettronica, né ad altri indirizzi aziendali, non le viene permesso di partecipare alle riunioni, non le viene dato nemmeno il telecomando quando viene cambiato il cancello elettrico. E la cosa forse più grave di tutte è che i suoi colleghi cominciano ad inventarsi errori sul suo operato. Insomma una congiura terribile e vigliacca, tanto più perché ai danni di una donna in un’evidente condizione di fragilità psico-fisica.

Ma, dulcis in fundo, non si tratterebbe nemmeno di un’eccezione se, nel 2018, l’ufficio vertenze della Cgil ha aperto più di 27mila pratiche. Verrebbe davvero da chiedere a gran voce al mondo della politica, in cui spesso ci si riempie la bocca di proclami che attirano facili consensi, un intervento concreto e serio sulle vere discriminazioni, sulle vere violenze, come questa, ma per le quali si fa, di solito, poco e niente. Quale violenza e discriminazione più grande di quella verso una donna che sta vivendo il periodo più bello e delicato della sua vita, quello in cui avrebbe più bisogno del sostegno della società nel portare avanti un compito così prezioso e arduo, come quello di mettere al mondo un altro essere umano e che invece, non solo si vede negare questo sostegno ma si trova a combattere contro un intero sistema come se fosse una criminale? Quale violenza più grande, insomma, di quella di chi dimostra di considerare la maternità una colpa?

 

di Manuela Antonacci

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