Negli Stati Uniti si sta celebrando uno dei processi più clamorosi della storia recente. I media dovrebbero parlarne molto più insistentemente per aggiornare l’opinione pubblica sul caso. Mark Zuckerberg e Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram sono stati accusati di aver causato danni psicologici ai minori e di aver perseverato nella progettazione e nella gestione delle proprie piattaforme nonostante fossero consapevoli dei rischi elevati.
Questo è un punto focale. La Sezione 230 è una norma federale che toglie la responsabilità alle Big Tech per i contenuti che girano online. Ma qui, invece, Meta è accusata di aver intenzionalmente confezionato un prodotto dannoso (che crea dipendenza), il che non ha a che vedere con i contenuti postati, ma proprio con la struttura della piattaforma. Tutto è cominciato con una giovane oggi ventenne, KGM, che ha accusato Instagram di averle causato depressione, ansia, disforia e disturbi legati al rifiuto della propria immagine corporea, e persino pensieri suicidari. Questo procedimento potrebbe aprire la strada a migliaia di altre azioni legali analoghe. Infatti, in diversi Stati americani sono già state avviate 2.300 cause analoghe da parte di famiglie, distretti scolastici e procure generali, non solo contro Meta, ma anche Google/YouTube, TikTok e Snapchat.
Le accuse
Sappiamo che i social network sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza online, che monetizzano "vendendo" gli utenti alle agenzie pubblicitarie. Lo fanno sfruttando la vulnerabilità degli utenti, con effetti nocivi sulla salute mentale, e i bambini e gli adolescenti sono particolarmente esposti al rischio in tal senso. Dalle notizie trapelate dall’interno stesso delle piattaforme (una su tante: l’ex dipendente di Facebook, Frances Haugen, ha testimoniato persino dinanzi ai Parlamenti), Meta era ben consapevole dell’impatto negativo di alcune funzionalità: algoritmi di raccomandazione, notifiche continue, filtri estetici e meccanismi di confronto sociale incentivano a un uso compulsivo dello strumento. Ma - lo hanno scritto espressamente - hanno perseverato nel causare scientemente danni alle persone per massimizzare il profitto.
Ecco alcuni esempi di ciò che risulta dai documenti interni di Meta:
1) Nel 2015 Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% nel giro di tre anni il tempo trascorso dagli utenti su Instagram; tra il 2023 e il 2026 la percentuale doveva aumentare a 15%;
2) A fronte del dato che 4 milioni di bambini sotto i 13 anni usavano già Instagram negli Stati Uniti, da un documento del 2018 risulta che per «vincere in grande con gli adolescenti» bisognava «portarli dentro» da preadolescenti. Secondo i loro studi, infatti, gli undicenni hanno una probabilità quattro volte superiore di essere assoggettati alla dipendenza rispetto ai ragazzi più grandi. E guarda caso fin dal 2019 Instagram non ha più chiesto l’età in fase di registrazione.
Terrorizzati dalla possibilità di esclusione sociale, i giovani (ma anche tanti meno giovani) sono obbligati a un’esposizione continua a contenuti che normalizzano comportamenti anti sociali e deviati sostituendosi di fatto all’autorità parentale (e anche a quella delle istituzioni). L’accusa riconosce che i social possono non essere l’unica causa dei disagi giovanili, ma rappresentano senz’altro un fattore aggravante, amplificando fragilità preesistenti. Sarebbe una grande vittoria per la giustizia, la libertà e la tutela dei genitori e dei minori se si riconoscesse una volta per tutte la responsabilità civile e penale delle piattaforme digitali nei confronti degli utenti più vulnerabili.
La difesa di Meta
Meta respinge le accuse sostenendo che l’azienda ha progressivamente introdotto strumenti di tutela (ma dagli studi commissionati da loro stessi emerge che erano del tutto irrilevanti), ma soprattutto sostenendo che una eventuale correlazione non significa nesso causale diretto tra uso dei social e disturbi mentali. Secondo costoro il disagio dei giovani può essere determinato da altre cause, anche preponderanti: chi usa di più i social potrebbe già essere di per sé più fragile, e la causa del malessere potrebbe essere un fattore terzo come la solitudine, il contesto familiare, l’assenza simbolica di uno o di entrambi i genitori e le carenze educative o addirittura il fantomatico riscaldamento globale.
Cosa dice la scienza
Jonathan Haidt, psicologo e sociologo ormai celebre per il suo saggio La generazione ansiosa, nel suo blog After Babel offre spunti di riflessione preziosi per genitori, educatori e legislatori che ritengano importante preservare il sereno sviluppo psicofisico dei nostri giovani.
La diffusione dei social e degli smartphone nei primi anni 2010 ha oggettivamente contribuito all’aumento di depressione, ansia e autolesionismo tra i ragazzi in molti Paesi occidentali. Già nel 2017, Jean Twenge, professoressa di psicologia all'Università di Stato di San Diego, in California, ha osservato che il peggioramento della salute mentale adolescenziale è avvenuto proprio quando i giovani sono passati ai telefoni “sempre connessi” e ai social “sempre disponibili”. Ma negli ultimi anni abbiamo prove che i social hanno causato danni diretti, non teorici. Non solo cyberbullismo, ma ricatti sessuali (sextortion), revenge porn, molestie, e soprattutto l’esposizione a contenuti che gli algoritmi amplificano — inclusi messaggi che normalizzano o promuovono suicidio, disturbi alimentari e autolesionismo. Questi non sono “effetti indiretti” difficili da misurare: sono incidenti reali direttamente derivati dai telefonini.
E non bisogna dimenticare che anche il tempo eccessivo trascorso sui telefonini priva i ragazzini dei passatempi “sani” di sempre, del gioco e delle relazioni umane, dell’attività fisica. Ma, soprattutto, ormai stanno aumentando gli studi longitudinali e gli esperimenti che mostrano una relazione causale tra uso intensivo dei social e crescita di ansia e depressione. In particolare, le ricerche sulla “riduzione dell’uso” indicano che diminuire i social porta a miglioramenti misurabili nel benessere. Tra i vari casi citati da Haidt, emerge un esperimento interno a Meta (con partner di ricerca esterni) in cui agli utenti veniva chiesto di disattivare l’account per un periodo. Nei test pilota, la sospensione era associata a minori sentimenti di depressione, ansia, solitudine e confronto sociale: questa diminuzione parallela è davvero un elemento chiave per parlare di causalità. Al di là di tutto ciò, lo stesso Haidt sottolinea che sono i ragazzi stessi a denunciare che i social non li fanno stare bene e che vogliono essere liberi: questo non è mai successo né con i walkman né con la radio e neanche con la TV.
I social sono dannosi per i bambini
Comunque vada il processo a Meta abbiamo prove più che sufficienti per ribadire che i social sono un prodotto dannoso per i minori. Genitori e legislatori non possono aspettare che il dibattito accademico si chiuda al 100%. Se il rischio è alto e l’uso è massivo, il criterio principale da seguire diventa quello della prudenza. I legislatori si stanno muovendo a piccoli passi. In Australia, Francia e altrove le leggi vietano ai minori di 16 o 15 anni l’accesso alle piattaforme. In realtà il divieto dovrebbe essere esteso almeno a 18 anni, perché la corteccia prefrontale è ancora in maturazione. E queste norme andrebbero lette non in senso “punitivo” nei confronti dei ragazzi come se fossero “privati” di qualcosa. Dovrebbero essere intese e implementate in senso positivo, come tutela. E soprattutto dovrebbero imputare in modo stringente alle piattaforme la responsabilità per i danni che esse causano. Non è neanche sufficiente che esse implementino efficaci e stringenti strumenti di controllo dell’età e di vera moderazione dei contenuti: qualsiasi prodotto che viene avvicinato a un minore deve essere sottoposto a standard di sicurezza e certificato da autorità competenti, come vuole la Convenzione internazionale per il fanciullo.
C’è anche chi teme che queste giuste istanze siano strumentalizzate dal “Leviatano”, dal “Grande Fratello”, che così con la scusa della tutela dei minori otterrebbe un maggior controllo sugli utenti a detrimento delle libertà fondamentali. Chi ha a cuore la salute dei minori dovrebbe essere disposto a calcolare tale rischio. E questo riporta la questione a un nodo nevralgico: le leggi umane non saranno mai perfette. Né sono di per sé in grado di evitare che vengano aggirate e che si compiano comunque abusi, danni, violazioni delle libertà fondamentali e del diritto alla salute degli internauti. Hanno senz’altro un importante ruolo pedagogico: se la legge dice che qualcosa è male, la società civile presto o tardi recepisce il messaggio. Ma resta fondamentale ed imprescindibile la cura e l’attenzione di genitori ed educatori che subito e senza indugio devono impegnarsi in una battaglia senza quartiere contro i telefonini. Dando loro, per primi, l’esempio.
Prima di accogliere allegramente nuove tecnologie dovremmo rileggere Pinocchio, per ricordare che se qualcosa “è conveniente”, troppo conveniente, è un inganno. Se lo Stato tiene ai suoi (pochi) figli, non dovrebbe spingere per velocizzare la "transizione digitale". Né dovrebbe consentire che i minori siano ammaliati da nuovi prodotti ancora più devastanti come i chatbot e gli occhiali smart. Non sarà facile, in un mondo iperconnesso, trovare modi e mezzi idonei ed efficaci per convincere i ragazzini che è per il loro bene, ma bisogna darsi da fare. Per amore dei nostri figli.