20/08/2026

Maternità e paternità rendono felici

Maternità e paternità non sono un ostacolo alla felicità, ma una vocazione che arricchisce la vita. Le due autrici Isabel Brown e Nancy Pearcey, tra esperienza personale e neuroscienze, smontano i luoghi comuni della cultura contemporanea.

«Se c’è una cosa che i media mainstream odiano più della tradizione è la maternità. Lo vediamo continuamente, dalle copertine patinate delle riviste che glorificano una vita “senza figli” alle battute sarcastiche nei programmi televisivi sulle “allevatrici” e sulle “mamme casalinghe”. La guerra alla maternità è rumorosa, potente e trasmessa 24 ore su 24, sette giorni su sette su tutte le principali piattaforme. Si tratta di una campagna culturale coordinata per svalutare quello che probabilmente è il ruolo più significativo delle donne: essere madri.

Sebbene fossi stata consapevole di questo attacco alla maternità, mi è diventato molto più chiaro quando lo scorso autunno ho scoperto di essere incinta: la propaganda cercava di convincere le giovani donne come me che i figli non sono una benedizione, ma un peso. Appena ho scoperto di aspettare una femmina, il rumore si è fatto ancora più forte.

L’anno scorso il Chirurgo Generale degli Stati Uniti ha emesso un avviso ufficiale di salute pubblica secondo cui la genitorialità era dannosa per la salute. Pochi giorni prima delle elezioni, il Los Angeles Times titolava: “È quasi vergognoso voler avere figli”. Qualche settimana dopo, ho partecipato a un importante podcast femminile con un medico di famiglia che ha cercato di convincermi che gli uomini potessero rimanere incinti.

In una società ossessionata dall’“emancipazione” delle donne, si considera arrivata solo la donna in carriera ricca e famosa, senza bambini, ovviamente. Pannolini e allattamento al seno sono un segno di debolezza o, peggio, di oppressione.

E così le donne della Generazione Z (tra i 20 e i 30 anni) sono terrorizzate dalla maternità perché la propaganda ha fatto loro credere che così «butterebbero via la vita», che i loro sogni non possono coesistere con una famiglia, che avere figli devasterà i loro corpi, rovinerà la loro carriera e le renderà irrilevanti. Le serie TV e i social mostrano solo lo stereotipo della madre esaurita, autoritaria o totalmente sprovveduta. È sempre il bersaglio di uno scherzo, mai l’eroina.

Così, mentre su TikTok spopola una giovane che elenca più di 500 ragioni per non avere figli, la lobby abortista continua la martellante propaganda che l’aborto salva la vita delle donne, e ogni visita medica si conclude con una spinta alla contraccezione ormonale. “Sai, per ogni evenienza”.

Le “boss babes” [donne in carriera, ndR] o le “hot girl CEO” [manager di successo giovani e attraenti], invece, appaiono sempre glamour, indipendenti e libere, senza relazioni profonde e significative: le donne per contare qualcosa devono essere come gli uomini!

La verità è, invece, che mettere al mondo dei figli è una delle cose più radicali, potenti e gratificanti che una donna possa fare. Non è un ostacolo ai propri obiettivi, è l’obiettivo. Il sacrificio e l’accudimento sono congeniali all’istinto materno e danno… felicità (!), molto più che la liberazione sessuale.

Ci raccontano che la maternità surrogata, il non avere figli e persino il rifiuto totale di ciò che significa propriamente “essere donna” sono in qualche modo meravigliosi.

Ma ecco l’ironia: i media che creano allarme per i bassi tassi di natalità, per le famiglie disgregate e la crescente solitudine sono gli stessi che deridono le donne che potrebbero offrire la soluzione.

La nostra generazione di donne deve assolutamente riappropriarsi del vero significato dell’essere donna. Non tutte le donne saranno madri, e va bene così, ma ogni donna merita di sapere che la maternità non è qualcosa da temere, non è la fine della sua vita, bensì l’inizio di una vita più significativa e bella. È una vocazione colma di amore profondo, di forza incredibile e di una prospettiva eterna. È qualcosa che vale ancora la pena perseguire, anche in una cultura che ti invita a scappare nella direzione opposta.

Da quando è nata mia figlia, ho imparato che essere mamma non è facile. Richiede tutto da te: il tuo tempo, le tue energie, il tuo cuore. Ma dà anche tutto in cambio. E nessun messaggio mediatico mi convincerà mai che ciò che accade nelle sale riunioni dei consigli di amministrazione o sui red carpet possa mai competere con ciò che accade nella cameretta di mia figlia o sul divano di casa, dove le sue piccole dita si stringono intorno alle mie e sul suo viso sboccia un sorriso quando i nostri sguardi si incontrano.

Quindi a ogni giovane donna, che vede il mondo cercare di farla vergognare della chiamata affidatole da Dio, dico: non credere alla menzogna. La maternità non è una debolezza, ma il tuo superpotere ed è ora che iniziamo a trattarla come tale».

 

La paternità è solo un retaggio culturale, come dicono?

«È diventato di moda svalutare e denigrare i padri. Un post sul blog dell’Huffington Post titolava senza giri di parole “I padri non servono”. In un articolo dell’Atlantic si leggeva: «La cattiva notizia per il papà è che, nonostante la percezione comune, non c’è nulla di oggettivamente essenziale nel suo contributo». Un articolo del New York Times sentenziava: «Uno dei problemi più persistenti e frustranti nella biologia evolutiva è il maschio. In sostanza… perché semplicemente non sparisce?».

In ambito accademico gli scienziati sociali tendono a dare per scontato che la paternità sia meramente culturale, come scrisse l’antropologa Margaret Mead.

Eppure oggi le neuroscienze stanno scoprendo le basi biologiche della paternità.

Nelle prime settimane dalla nascita del figlio, la biochimica del padre cambia: i suoi livelli di testosterone diminuiscono rendendolo più tenero con i bambini piccoli. Allo stesso tempo, i suoi livelli di ossitocina aumentano, generando un effetto di empatia e legame. Anche l’ossitocina del bambino aumenta, creando un legame biochimico tra padre e neonato. I loro cervelli entrano in sincronia cerebrale.

Warren Farrell, autore di The Boy Crisis, spiega: «Quando un uomo è un papà presente, attiva il suo “cervello da papà”: un gruppo di neuroni che altrimenti rimarrebbe dormiente». Diventare padre stimola letteralmente la crescita cerebrale.

Questi benefici, tuttavia, si ottengono solo se il padre tiene in braccio e gioca attivamente con il suo bambino. Uno studio pubblicato su Trends in Neurosciences afferma: «Il contatto con il neonato sembra modulare i sistemi endocrini e attivare i circuiti neurali nei padri in un modo sorprendentemente simile a quello delle madri».

L’Harvard Business Review riporta la seguente dichiarazione di un neopapà: «Quando è nata la mia prima figlia l’ho portata in braccio dalla sala parto alla nursery. È stato quasi come se potessi sentire le sostanze chimiche che si liberavano nel mio cervello. Mi sono innamorato di mia figlia, profondamente, a livello chimico».

Sorprendentemente, il cervello paterno inizia ad attivarsi già da prima della nascita, quando la moglie è ancora incinta. Nel libro The Life of Dad: The Making of the Modern Father, l’antropologa Anna Machin riporta: «La ricerca ha dimostrato che padri e madri che vivono insieme durante la gravidanza presentano livelli simili di ossitocina circolante nel sangue».

Il messaggio della scienza è dunque chiaro. Dio ha progettato la neurochimica maschile per la paternità. Gli uomini vanno incoraggiati ad abbracciare questa altissima vocazione».

 

 

Articolo già pubblicato sulla Rivista Notizie Pro Vita & Famiglia di maggio 2026

 

 

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