La questione femminile dei giorni nostri si allinea sempre più a quella che potremmo definire una “questione materna”. Ci riferiamo al problema – tenuto, forse volutamente, in sordina nel dibattito attuale – della conciliazione famiglia-lavoro che coinvolge migliaia di giovani mamme italiane, le quali non riescono a trovare una risposta soddisfacente a fronte dell’attuale sistema lavorativo-imprenditoriale, che, spesso, rivela autentici paradossi.
È il caso della 33enne Beatrice Baratto, per sette anni impiegata nell’ufficio commerciale di un’azienda di calzature da trekking con sede in provincia di Treviso. La giovane donna, diventata mamma per la prima volta poco più di un anno fa, era rientrata regolarmente in ufficio dopo la maternità, chiedendo una rimodulazione degli orari per potersi prendere cura del proprio bambino. Una possibilità che, oltretutto, era contemplata dal codice deontologico dell’impresa.
Diritti negati
Eppure, la maternità di Beatrice era stata subito percepita come un problema dall’azienda, probabilmente «perché in ufficio svolgevo diverse mansioni e coprivo frequentemente i turni di chi mancava o aveva già un part-time», come ha spiegato lei stessa in un’intervista al Corriere della Sera. Quindi la proposta della dipendente non avrebbe dovuto penalizzare più di tanto l’azienda: si sarebbe trattato, per un intero anno, di lavorare a tempo pieno per due giorni a settimana e per sei ore negli altri tre giorni feriali. Soluzione accettata dall’azienda soltanto fino a dicembre, a patto di smaltire preventivamente la totalità delle ferie. Ma non solo, a Beatrice è stata negata anche la facoltà di usufruire dello smart working, che le avrebbe consentito di trascorrere più tempo con il bambino: una modalità da lei stessa praticata ampiamente nella stessa azienda, durante il biennio della pandemia di Covid-19. La donna ha di conseguenza dovuto affrontare il totale ostracismo dei superiori e l’arrendevolezza dei sindacati, che le avevano semplicemente consigliato di accettare le condizioni aziendali. La giovane madre è stata pertanto costretta a rassegnare le dimissioni dall’azienda (che, senza fare una piega, ha subito pubblicato un’inserzione al fine di trovare un sostituto per quella stessa posizione) in modo da percepire il sussidio di disoccupazione.
Una questione molto più grande
Il vero punto di questa vicenda (purtroppo non così rara, né tantomeno unica) non sta nell’ingiustizia formale ai danni di una giovane madre costretta a scegliere tra famiglia e lavoro. Ponendo un aut aut alla sua dipendente, infatti, l’azienda in questione non ha compiuto nulla di illegale sulla carta. Ciò rende, per molti versi, il quadro ancora più preoccupante. In primo luogo, perché viene caricata interamente sulle spalle della lavoratrice la ricerca di una soluzione e di un compromesso. Il massimo del grattacapo per i datori di lavoro, quindi, diventa quello di trovare un nuovo dipendente o collaboratore altrettanto disponibile e professionale. Sullo sfondo, inoltre, si scorgono delle concezioni poco lungimiranti di società e di famiglia, in cui le imprese si limitano a portare acqua al proprio mulino, non considerando la flessibilità lavorativa (specie se a beneficio delle madri) come un gioco a somma positiva.
Un assist all’inverno demografico
Al di là dei tanti proclami, ci ritroviamo dinnanzi all’ennesimo paradosso: le giovani coppie sono costrette a scegliere tra il mettere al mondo un figlio e un modesto benessere, mentre gli imprenditori guardano soltanto al guadagno immediato, ignorando la propria responsabilità nel contributo al calo demografico che, com’è noto, nel lungo periodo diventa una mannaia implacabile contro lo sviluppo economico delle prossime generazioni.