08/12/2014

L’inganno della neolingua pro morte

La neolingua, di owelliana memoria, impazza: “maternità surrogata”, “donatori” di gameti, “fecondazione assistita”... In proposito proponiamo ai nostri lettori questo articolo pubblicato sul mensile Notizie Pro Vita, che meritava di essere letto e merita di non essere dimenticato.

Vediamo qualche esempio del linguaggio politically correct che ha la funzione di nascondere la verità e propinare la menzogna.  I Promotori della cultura della morte, hanno capito che se volevano penetrare sempre più nell’opinione pubblica e nel comune sentire, realizzando in tal modo i propri obiettivi, non avrebbero dovuto usare una dialettica troppo chiara ed esplicita, ma una terminologia più soft, rassicurante, sofisticata. Hanno così ideato un nuovo linguaggio, politically correct, che ha la funzione di nascondere la verità e propinare la menzogna, mostrandola sotto una luce attraente e invitante.

Dimostrazioni di questo modo di fare ce ne sono tantissime, il “figlio concepito”, ad esempio, nel nuovo linguaggio, è stato ridotto a un “grumo di cellule”, permettendo così di eliminarlo in tutta tranquillità, come si trattasse di un brufoletto. L’aborto – cioè l’uccisione volontaria del figlio – da delitto è stato sovvertito in diritto subendo due evoluzioni, prima in “interruzione volontaria della gravidanza” e poi in un’asettica e rassicurante sigla: “Ivg”. L’aborto chimico, quello con la pillola Ru486 – di fatto più lungo, doloroso e pericoloso – è chiamato “aborto facile”, e la pillola abortiva – un veleno che uccide il concepito – è giusto un farmaco (una pillolina da mandar giù con un bicchier d’acqua) per “curarsi” dalla gravidanza, la quale, nel frattempo, è diventata una vera e propria malattia: un “serio pericolo per la salute fisica e psichica” a cui la donna va incontro. Le pillole “del giorno dopo” e “dei cinque giorni dopo” – potenzialmente abortive – sono dette “contraccettivi d’emergenza”.

L’eutanasia – cioè l’uccisione di una persona al fine di “liberarla dalla sofferenza” – è diventata un’allettante dolce morte per il malato, e un atto di pietà per l’uccisore. Alimentazione e idratazione artificiali sono passati da “sostegni vitali” a mere “cure mediche” e poi la sospensione di queste “cure” è diventato un atto dovuto “contro l’accanimento terapeutico”.

Nell’ambito della fecondazione assistita extracorporea, la diagnosi genetica preimpianto – ovvero la selezione genetica degli embrioni per scegliere quelli sani e scartare quelli malati – ha trasformato l’“eugenetica” in “diagnosi”. Mentre, vendere i propri ovuli, perché in stato di povertà e bisogno, sottoponendosi a pericolosi cicli di stimolazione ovarica per la fecondazione eterologa, si chiama “donazione altruistica”, affittare il proprio utero è un “atto umanitario” e percepire il compenso in entrambi i casi si chiama “rimborso spese”. I “Piani di Sviluppo” e di “Salute Riproduttiva” dell’ONU sono attuati mediante la diffusione e l’accesso a contraccezione, aborto e sterilizzazione, e così la lotta alla povertà è realizzata eliminando le bocche da sfamare.

L’antilingua ha trovato un terreno molto fertile nelle più cruciali e fondamentali questioni bioetiche, permettendo ai nemici dell’uomo e della vita di prevalere e sopraffare i deboli e gli indifesi. Ristabilire la verità, riconoscendo e denunciando l’imbroglio di questa chirurgia plastica linguistica, di questo restyling lessicale, diventa allora il primo passo da compiere in vista della riaffermazione della cultura della vita e del bene. La promozione della vita non può che fondarsi sulla realtà e quindi sul ricominciare a chiamare le cose con il loro nome.

Lorenza Perfori

Tratto da NotizieProVita n.11 – Gennaio 2013 – Pag.18

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