12/06/2019

Limitazioni all’aborto: per l’ONU è violenza sulle donne

«Tortura» e «violenza di genere». Sono queste le testuali parole usate dal vice alto commissario dell’Onu per i diritti umani Kate Gilmore, nel definire le recenti legislazioni statunitensi (Alabama, Louisiana, Missouri, Missisippi, Ohio) che stanno restringendo il diritto all’aborto.

L’argomentazione indicata dalla funzionaria delle Nazioni Unite non è originalissima: vietando o limitando l’aborto legale si costringerebbero le donne all’aborto clandestino. Kate Gilmore ha menzionato recenti dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui, nei soli Paesi occidentali, 3 donne su 10 mila muoiono per aver fatto ricorso a procedure abortive poco sicure. Una percentuale di sette volte superiore (22 su 10 mila) nei Paesi in via di sviluppo, che sale a 52 su 10 mila nei paesi dell’Africa subsahariana.

Il ragionamento usato dal vice alto commissario è anche di carattere socio-economico: le donne più povere sarebbero costrette a ricorrere di più all’aborto clandestino, rischiando maggiormente la vita rispetto alle donne ricche o benestanti. Implicitamente la Gilmore farebbe quindi un endorsment per l’aborto in quanto diritto e non come una semplice facoltà, ovvero un atto giuridicamente non sanzionabile ma, non per questo, incoraggiato dall’ordinamento.

Le affermazioni del vice alto commissario sono tuttavia facilmente contestabili, in quanto non specificano in che misura incoraggiare le donne a non uccidere i figli che portano in grembo, sarebbe qualificabile come una violenza. Non si sono mai viste, oltretutto, manifestazioni di donne che protestano per essere state costrette a partorire i loro figli, né – nonostante la mentalità anti-natalista così radicata in Occidente – si sono mai udite testimonianze di donne pentitesi di aver messo al mondo un bambino, sia stato, poi, esso tenuto o dato in adozione.

Non è tutto. Forse a Kate Gilmore sfugge il fatto che moltissime delle creature abortite sono anch’esse di sesso femminile. Come ricordava la campagna di CitizenGo dello scorso anno, «l’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo». A essere ancor più precisi, possiamo affermare, senza tema di smentita, che le principali vittime di aborto nel mondo sono le bambine, come testimoniano le diffusissime pratiche di selezione del nascituro in base al sesso, diffuse in modo particolare in vari Paesi asiatici. In particolare in Cina, in India e in Pakistan, la nascita di una figlia è accolta dai genitori con minore gioia rispetto alla nascita di un figlio maschio, perché le bambine sono percepite come un costo per la famiglia e per la società, in quanto viste come non adatte al lavoro e, quindi, non produttive. Non sono forme di violenza contro le donne anche queste?

Altro dato di cui si presume che la funzionaria Onu non sia al corrente: la donna che abortisce non compie una violenza contro il proprio figlio rifiutato ma anche contro se stessa. A causa della censuratissima sindrome post-abortiva (Per approfondimenti leggere qui:  e qui), molte donne, anche a tanti anni di distanza dalla loro drammatica scelta, continuano a soffrire di ansia, depressione, autolesionismo e pensieri ossessivi, spesso anche tentando o commettendo il suicidio. A livello fisico, le donne che hanno abortito solitamente vanno incontro a infertilità, successivi aborti spontanei, parti prematuri, gestosi, placenta previa, perdite ematiche, necessità di isterectomia post-partum, gravidanze extrauterine, endometriosi e, in particolare, cancro al seno.

Per non parlare dell’alto numero di donne morte a seguito dell’assunzione della legalissima pillola Ru486.

Tutti elementi che dovrebbero, come minimo aprire un dibattito scientifico, in ottemperanza al principio della libera circolazione delle idee. Una libertà e un dibattito che, però, nell’ambito delle Nazioni Unite, quantomeno su questi temi, sembrano essere sconosciuti e soggiogati dalla metafisica del pensiero unico.

Luca Marcolivio

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