19/01/2022 di Manuela Antonacci

L’ennesimo allarme di una Preside sulla Dad: «Ecco come discrimina le famiglie»

La pandemia e le ripercussioni che ha generato nei rapporti interpersonali ha messo a dura prova anche il mondo della scuola. Ai lunghi mesi di forzato isolamento si è cercato di ovviare con la Didattica a Distanza che sicuramente ha avuto i suoi vantaggi nel permettere ai ragazzi di non saltare ore e giorni preziosi di lezioni, ma, dall’altro, ha esasperato le difficoltà emerse durante l’emergenza sanitaria, nel campo della socialità e dell’apprendimento. Per questo Pro Vita & Famiglia, in seguito alle attuali disposizioni del Governo che prevedono l’obbligo della DAD per tutta la classe in caso di 1, 2 o 3 bambini/ragazzi positivi a scuola, ha diffuso una petizione con cui si chiede che restino a casa, e possano partecipare alle lezioni in DAD, solo ed esclusivamente gli alunni positivi o con sintomi influenzali, mentre i compagni che non hanno sintomi, che siano vaccinati o meno, continuino le lezioni a scuola, utilizzando tutte le attuali misure anti-contagio, compreso il tracciamento e il monitoraggio tramite i tamponi gratuiti. Ne abbiamo parlato con Laura Debolini, preside in una scuola di a Montevarchi, in provincia di Arezzo.

 

Cosa pensa delle richieste contenute nella petizione di Pro Vita & Famiglia?

«Credo che sia giusta e doverosa perché i ragazzi hanno bisogno della scuola in presenza, per troppo tempo sono stati privati di qualunque tipo di socialità e la scuola che è in assoluto l’ambiente più sicuro ha la necessità di rimanere aperta».

Quali sono gli aspetti più negativi, invece, della DAD, li mettiamo a confronto con le lezioni in presenza?

«Innanzitutto c’è una disparità che aumenta nelle classi, con la didattica a distanza. Infatti, in presenza, i ragazzi hanno tutti la stessa possibilità di confronto, di aiuto, di relazione con l’insegnante e tra di loro. Con la DAD le differenze sociali ed economiche tra le famiglie si esaltano, soprattutto nei piccoli centri in cui mancano le possibilità di collegamento. Le scuole hanno fatto tanto. Io dirigo una piccola scuola, nei momenti di chiusura totale abbiamo fornito anche cento dispostivi in comodato d’uso e sono tanti in percentuale e non abbiamo nemmeno esaurito tutte le domande che ci sono state fatte, perché le famiglie si sono trovate a gestire due o tre bambini in DAD. Per cui le famiglie numerose, le famiglie con difficoltà economiche hanno dato veramente meno ai loro figli e questa è un’ingiustizia grande, perché la scuola dovrebbe essere il momento dell’uguaglianza e della parità dei diritti, mentre noi, con la DAD l’abbiamo fatto diventare il momento della messa in risalto delle differenze economiche che diventano anche differenze culturali».

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Non le sembra che da quando è iniziata la pandemia si è posto poco l’accento sulla salute psichica che è un aspetto importante quanto quello della salute fisica e che si ripercuote sull’apprendimento?

«Ci sono piccoli segnali di presa di consapevolezza ma sono tenuti ancora ai margini di un dibattito che dovrebbe essere preso maggiormente in considerazione. Sappiamo dai dati che si possono recuperare ovunque, che il ricorso agli psicofarmaci è decisamente aumentato negli ultimi due anni, ma ancora questa cosa la si considera marginale. Bisogna smettere di parlare solo di emergenza sanitaria, bisogna cominciare anche a parlare di emergenza sociale».

Cosa le viene in mente, nel senso della prevenzione, per favorire le lezioni in presenza?

«Negli ultimi due anni scolastici, nessuno mai si è contagiato a scuola. Per cui gli strumenti di prevenzione messi in atto a scuola, sono più che sufficienti per limitare il contagio a scuola. Quindi perché non andare a scuola? Eliminare questo momento fondamentale della vita dei ragazzi? La sicurezza a scuola c’è, forse è mancata in altri posti. In aggiunta, una delle procedure attuali della quarantena impone trattamenti diversi per la secondaria di prima e secondo grado, in base allo stato vaccinale dei ragazzi e questa è un’ingiustizia enorme perché intacca il diritto all’istruzione stesso. Peraltro parliamo di un vaccino che non è obbligatorio in quella fascia d’età».




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