30/12/2021 di Luca Marcolivio

Legge 194. Casini (MpV): «È stata un fallimento. Ora avanti con riforma dei consultori»

Il riconoscimento della capacità giuridica del concepito e la riforma dei consultori sono le due architravi di una potenziale profonda trasformazione dell’Italia in un paese che finalmente difende la vita, in grado di rilanciare lo sviluppo demografico. Ne ha parlato in una lunga intervista a tutto campo con Pro Vita & Famiglia, la presidente del Movimento per la Vita, Marina Casini, che non ha mancato di sottolineare il fallimento su tutta la linea della Legge 194/78.

 

Prof.ssa Casini, la proposta di legge per la tutela della capacità giuridica del nascituro ha una lunga genesi: in sintesi, può ricordarci le tappe principali di questo percorso?

«La proposta di riformare l’art. 1 del Codice Civile ha origine popolare. La proposta – annunciata sulla Gazzetta Ufficiale del 5 gennaio 1995 con la firma di un comitato di sole donne, preliminarmente sottoscritta da 400 docenti universitari di biologia, genetica, diritto tra cui 16 Rettori e 33 Presidi di università – fu depositata, il 20 luglio 1995, dal Movimento per la Vita Italiano, alla Camera dei Deputati con il corredo di 197.277 adesioni di cittadini italiani che l’avevano sottoscritta dinanzi a un pubblico ufficiale. Inoltre, la proposta ebbe il sostegno di oltre 1.400.000 persone che avevano firmato una petizione, lanciata dal Forum delle associazioni familiari nel contesto di una complessiva politica per la famiglia (“vertenza famiglia”) per esprimere il loro consenso e rafforzare l’autorevolezza della proposta. La proposta, assegnata in quella legislatura alla competente Commissione della Camera con il n°5, non è stata mai discussa né in quella legislatura, né nelle legislature successive che la videro ripresentata da numerosi Parlamentari sia al Senato che alla Camera. È stata però sempre ritenuta una proposta fondamentale per affermare il principio di uguaglianza».

In sostanza di che si tratta?

«La proposta è semplice ed elementare. È costituita da un solo articolo che va a sostituire il primo comma dell’attuale art. 1 del Codice Civile, in modo da anticipare al momento del concepimento il riconoscimento della capacità giuridica, che oggi è invece fissato al momento della nascita. Si tratta di riconoscere che ogni uomo, dunque anche colui che ha appena iniziato a esistere, il concepito, è uno di noi, un nostro simile, un soggetto; qualcuno che è capace di essere titolare di diritti perché non è una cosa. Il modo con cui il diritto distingue i soggetti, cioè le persone, dagli oggetti, cioè le cose, è l’attribuzione della capacità giuridica ai primi. Se per il diritto la capacità giuridica può essere estesa anche a entità diverse dall’individuo umano, non può mai essere negata all’essere umano, poiché rappresenta la condizione prima del principio di uguaglianza sostanziale. Nel diritto ci sono già le premesse per il riconoscimento della capacità giuridica di ogni uomo fin dal concepimento. L’art. 6 della Dichiarazione Universale sui diritti dell’uomo e l’art. 16 del patto sui diritti civili e politici attribuiscono a “tutti” il diritto al riconoscimento della capacità giuridica. Più esplicitamente ancora, l’art. 3 della Convenzione americana sui diritti dell’uomo attribuisce la capacità giuridica fin dal concepimento. Nel nostro diritto positivo l’art. 22 della Costituzione stabilisce che «nessuno può essere privato della capacità giuridica». L’affermazione della capacità giuridica di ogni essere umano dal concepimento appare dunque un risultato di grande respiro storico. Si rifletta sul fatto che l’originaria formulazione dell’art. 1 aveva un comma – poi giustamente abrogato – che prevedeva, sulla base di leggi speciali, “limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall'appartenenza a determinate razze”».

Nel corso della conferenza stampa dello scorso 19 novembre in Senato, è stato detto che, nonostante l’ordinamento italiano presenti già gli strumenti legislativi e giurisprudenziali in grado di tutelare il concepito, un’eventuale nuova legge rivestirebbe un’importanza culturale e simbolica notevole: per quale motivo?

«Il respiro culturale sarebbe davvero grande, perché si tratta di portare a compimento il moto storico che, nel corso dei secoli, ha di volta in volta ha liberato da una condizione di inferiorità intere categorie di esseri umani in nome della forza espansiva della dignità di ogni essere umano, dunque del principio di uguaglianza. Sarebbe davvero un progresso e l’inizio di un autentico rinnovamento civile e morale. Ci sarebbero poi ricadute importanti quanto meno nell’applicazione/interpretazione meno barbarica della legge 194, divenendo chiaro che l’inizio della vita è il concepimento e che lo Stato ha il dovere di tutelare il diritto a nascere pur rinunciando alla sanzione penale; sarebbe più limpida per tutti la motivazione dell’obiezione di coscienza; quanto alle tecniche di fecondazione artificiale, il criterio guida sarebbe la destinazione alla nascita di ogni figlio generato in provetta e si imporrebbe una seria riflessione che metta al centro l’umanissimo e laicissimo principio consacrato nella Convenzione sui diritti del fanciullo (ONU, 20 novembre 1989): «In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente». Non solo, ma come tante volte è stato detto, il diritto è “guida all’azione”, dunque la riforma dell’art. 1 sarebbe importantissima per orientare al favor vitae e rafforzare l’innato coraggio materno all’accoglienza del figlio in grembo; coraggio spesso indebolito dalla menzogna del “grumo di cellule”».

L’Assegno unico prevede 175 euro al mese per ogni figlio dal settimo mese di gestazione: anche questo è un segnale importante?

«Certamente lo è ed è una misura da valorizzare e promuovere, ma non è risolutiva se pensiamo alla “cultura della vita” che nasce dallo sguardo sul bambino concepito, quindi anche nei mesi che precedono il terzultimo mese di gravidanza. Questa è infatti la logica di “Progetto Gemma”, la “carezza economica” che insieme a tutte le altre attenzioni del CAV accompagna la mamma e il suo bambino verso la nascita sin dal primo istante del concepimento».

Il dibattito sulla legge 194 da molti anni appare parecchio sopito: ritiene dopo quasi 44 anni, sia arrivato il momento di un “tagliando” a questa legge, una verifica di cosa ha funzionato e, soprattutto, di cosa non ha funzionato?

«Bisogna capire qual è il criterio per giudicare il “funzionamento” in base alla ratio della legge. Se guardiamo alle parti che, sia pur timidamente, orienterebbero ad una preferenza per la nascita, il fallimento è totale. Non si sa nulla sull’applicazione di questa parte della legge; ogni anno la relazione ministeriale tace circa l’applicazione della legge riguardo alla nascita dei bambini e nulla dice sul sostegno al volontariato che in quarant’anni ha salvato oltre 250.000 bambini. Il massimo fattore di prevenzione dell’aborto è il riconoscimento del figlio come uno di noi ed è questo che restituisce alla donna l’istinto di maternità e il coraggio di affrontare le difficoltà. Lo Stato che cosa ha fatto a livello culturale ed educativo in questo senso? Nonostante nel titolo della legge sia scritta la tutela sociale della maternità e alcune disposizioni manifestino una certa preferenza per la nascita, la 194 è impregnata di ambiguità – “integralmente iniqua”, è stato giustamente detto – tanto che nell’interpretazione e nell’applicazione della legge è prevalente la cultura liberal-radicale: l’aborto come “diritto”.  Basti pensare che la somministrazione della RU486 al di fuori del ricovero ordinario, la massiccia diffusione delle pillole postcoitali (la Ellaone anche alle minorenni senza prescrizione medica!), i continui attacchi all’obiezione di coscienza, sono frutto della mentalità abortista radicale sdoganata dalla legge 194. Si ripete spesso che la legge avrebbe funzionato perché gli aborti sono diminuiti, ma questo dato va esaminato a fondo. Intanto, si parla di aborti registrati ai sensi della legge, ma sappiamo benissimo che c’è ancora una sacca di abortività illegale e che la diffusione massiccia delle pillole del giorno dopo e dei cinque giorni può provocare, se il concepimento è avvenuto, un’abortività molto precoce che sfugge alle maglie della legge. Sono poi da menzionare l’inverno demografico che ha determinato la diminuzione delle donne in età fertile e lo spostamento in avanti del concepimento del primo figlio. Perciò non è così sicuro che gli aborti siano effettivamente diminuiti. In ogni caso il merito della diminuzione non sarebbe della legge 194, ma della cultura alternativa alla legge, cioè la cultura della vita che in questi decenni è stata diffusa e promossa dal popolo della vita a tutti i livelli e in questo il Movimento per la Vita ha fatto e fa la sua parte».

Altra istituzione molto sottovalutata e sottodimensionata sono i consultori: come Movimento per la Vita, state studiando qualche misura per rilanciarli?

«Direi che una riforma dei consultori è davvero urgente ormai troppo contaminati dalla mentalità che rifiuta in tutti i modi di portare lo sguardo sul concepito. Da tempo il Movimento per la Vita ha pensato ad una complessiva riforma dei consultori – in origine sostenuta anche dal Forum delle Associazioni familiari – diretta ad attribuire ad essi l’esclusiva funzione di alternativa all’aborto, escludendone totalmente ogni partecipazione all’iter che conduce all’intervento abortivo. Per trasformare i consultori pubblici bisogna renderli univocamente ed esclusivamente lo strumento con cui lo Stato che rinuncia a vietare e punire l’aborto volontario, senza rinunciare però a difendere il diritto alla vita dei nascituri. Ecco, in sintesi, i punti essenziali dell’ipotesi di riforma. La donna che intende effettuare l’aborto si rivolge al medico di fiducia o al medico della struttura sanitaria (non al medico del consultorio); il medico svolge l’attività indicata dall’art. 5 della L. 194 (accertamento della gravidanza, colloquio chiarificatore, invito a soprassedere per 7 giorni), ma nel documento che al termine dell’incontro rilascia alla donna le è ricordato il suo dovere di farsi aiutare presso un consultorio per evitare l’aborto e le è data l’informazione che il consultorio di zona o quello da lei scelto sarà immediatamente e riservatamente avvisato della sua intenzione di ricorrere all’aborto; il consultorio, ricevuta la comunicazione, ha il dovere di prendere contatto con la donna, e di svolgere tutte le attività già attualmente previste dall’art. 2 della L. 194/78, al solo scopo di persuadere la donna a non effettuare l’aborto; il consultorio deve verbalizzare il colloquio (in forma anonima) e annotare su apposita scheda le cause che inducono la donna ad abortire, i rimedi proposti, la risposta della donna alle offerte che le sono state proposte; la donna che non recede dalla decisione di abortire e si reca presso una struttura che effettua gli aborti deve rilasciare al personale della struttura un documento di autocertificazione nel quale dichiara di aver avuto l’incontro con il consultorio, ma di non ritenere sufficienti gli aiuti offerti per evitare l’aborto; il Ministro della Salute raccoglie ogni anno le schede fornite dal consultorio e nella relazione annuale, di cui all’art. 16 L. 194/78, riferisce sulle cause dell’aborto in Italia, sulle alternative proposte per evitarlo, sui risultati dissuasivi effettivamente ottenuti attraverso l’intervento dei consultori. Numerosi i vantaggi di questa ipotesi di riforma: saranno sicuramente salvate non poche vite umane; il valore della vita sarà segnalato a livello pubblico; sarà sensibilizzata la coscienza della donna e del suo ambiente familiare a favore della vita; non ci saranno più ostacoli alla obiezione di coscienza nei consultori; gli operatori consultoriali che sono chiamati a parlare nelle scuole non potranno più parlare di aborto come diritto fondamentale, ma promuoveranno una cultura della vita; verrà incoraggiata la collaborazione con il volontariato per la vita».

 

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