Essere sposati o genitori rende meno propensi a togliersi la vita. Stando ai dati di numerosi studi sociologici recenti a livello internazionale, i legami familiari costituiscono dunque un potente antidoto contro il suicidio. Infatti, le persone non sposate hanno in media una probabilità circa tripla rispetto a quelle sposate di riferire pensieri, progetti o tentativi di suicidio. È quanto dimostra tra gli altri anche un importante studio americano di Stephen Cranney e Samuel Wilkinson.
Le ricerche sui fattori di rischio
I legami familiari, di amicizia e di comunità esercitano un effetto protettivo contro l'autodistruzione. D'altra parte, che il suicidio diminuisca in maniera inversamente proporzionale all'integrazione sociale è un dato che aveva riscontrato già alla fine dell'Ottocento il celebre sociologo francese Émile Durkheim. Ciò significa che, a parità di altri fattori, il rischio di suicidio diminuisce nella misura in cui una persona è inserita in una rete di legami sociali con altri individui e istituzioni. È quanto hanno rilevato importanti studi di ecologia urbana nelle città americane all'inizio del secolo scorso, mostrando come i tassi di suicidio siano di fatto più elevati nelle aree destinate a individui socialmente isolati quali, per esempio, i quartieri ricchi di pensioni e di stanze ammobiliate adibite a ospitare un flusso costante di persone di passaggio con pochi legami affettivi. Le stesse analisi dei dati provenienti dai registri di medicina legale rivelano quanto sia sorprendentemente comune che le vittime di suicidio non abbiano un coniuge, un lavoro o, in molti casi, alcun parente o amico che possa testimoniare durante l'inchiesta. Analogamente, il confronto con gruppi di controllo di persone decedute per altre cause o ancora in vita con background demografico simile lascia emergere molteplici fattori comuni ricorrenti: meno familiari e meno amici intorno; minor coinvolgimento nella vita comunitaria e una spiccata tendenza all'isolamento sociale. E in effetti uno studio che ha monitorato 34.000 uomini statunitensi per 24 anni ha mostrato proprio come a un indice alto di integrazione sociale fosse associata una riduzione del 20% del rischio di suicidio.
La ricerca di Cranney e Wilkinson
Nel complesso, quasi 130 anni di ricerche dimostrano come i legami matrimoniali e genitoriali riducano in maniera drastica i tentativi di suicidio. Lo attesta anche un'analisi accurata condotta su oltre un milione di adulti statunitensi, la quale ha rilevato che le persone non sposate avevano il 48% di probabilità in più di suicidarsi rispetto a coloro che erano sposati o convivevano con un partner. È quanto conferma lo studio del 2025 di Stephen Cranney e Samuel Wilkinson, i quali, dopo aver analizzato i dati provenienti da un campione di oltre 400.000 partecipanti al National Survey on Drug Use and Health dal 2008 al 2019, hanno concluso, come già detto, che chi non è sposato riferisce pensieri, progetti o tentativi di suicidio con una frequenza in media circa tripla rispetto a chi è sposato.
La conferma degli altri studi internazionali
Allo stesso modo, uno studio condotto sul registro nazionale di tutti i norvegesi di età compresa tra i 35 e i 54 anni ha rilevato che le persone sposate hanno un rischio di suicidio inferiore rispetto alle persone non sposate e i genitori un rischio inferiore rispetto a chi non ha figli. Una ricerca del 2022 – che ha confrontato le vittime di suicidio sudcoreane con un gruppo di controllo abbinato – mostra come queste ultime avessero una probabilità significativamente maggiore di essere divorziate, vedove o non essersi mai sposate. E un'analisi dei dati di Hong Kong tra il 2002 e il 2020 ha riscontrato un marcato effetto protettivo del matrimonio per entrambi i sessi. Ricerche recenti confermano inoltre come l'integrazione familiare sia rilevante per i tentativi di suicidio non fatali, che superano di gran lunga i decessi per suicidio. Le ricerche condotte in Svezia vanno nella stessa direzione: uno studio del 2020 condotto su 1,5 milioni di svedesi ha rilevato che i genitori con due figli presentavano un rischio di suicidio inferiore del 70% rispetto ai genitori senza figli e uno studio del 2026 su due milioni di svedesi ha riscontrato che avere un figlio riduce generalmente il rischio di suicidio sia per gli uomini che per le donne nell'anno successivo al parto. Un altro studio svedese dello stesso anno aggiunge ancora che la gravidanza riduce ulteriormente il rischio di tentativi di suicidio.
Perché i legami familiari riducono il rischio di suicidio
In sostanza i legami familiari rendono il suicidio meno probabile. Anzitutto perché la famiglia dà un significato e uno scopo alla vita; in secondo luogo, perché la famiglia alimenta un senso di appartenenza, bisogno psicologico fondamentale che, quando viene frustrato, può generare motivazioni suicide. Del resto, gli esseri umani sono una specie sociale che da un lato ricerca costantemente l'appartenenza a un gruppo e dall'altro soffre per l'isolamento e l'esclusione. Un terzo fattore è che, alla stregua delle altre forme di integrazione, i legami familiari costituiscono una solida fonte di sostegno sociale. Avere persone su cui poter contare offre modi alternativi per affrontare i problemi e incoraggia a cercare supporto anche al di fuori della famiglia stessa. E ancora, le responsabilità familiari aiutano a prevenire i tentativi di farla finita. Le routine del lavoro e della cura dei figli da un lato strutturano la vita quotidiana e offrono tante ragioni per andare avanti, dall'altro riducono anche i rischi di abuso di alcol, gioco d'azzardo e altri comportamenti devianti che possono a loro volta essere fattori di rischio per il suicidio. A tal proposito uno studio del 2024 condotto da Hangqing Ruan ha evidenziato ulteriormente come le persone sposate abbiano probabilità significativamente inferiori non solo di suicidarsi, ma anche di morire per overdose di alcol e droghe.
Insomma, se i legami familiari proteggono in larga misura dal rischio di suicidio, è necessario contrastare ogni forma di isolamento sociale per contribuire a porre un argine alla spirale di comportamenti autodistruttivi perché – come abbondantemente dimostrato da tali studi sociologici – la scelta di darsi la morte non è una questione liquidabile meramente sul piano personale, ma un grave problema di rilevanza sociale che priva l'intera collettività di un insostituibile apporto umano.