In un tempo in cui il suicidio assistito viene raccontato come “diritto” e l’identità come un terreno interamente autodeterminato, il rischio è che la società smarrisca i suoi fondamentali: il senso della vita, il peso educativo della famiglia, la solidità dei legami, persino la capacità di generare futuro. È questo il quadro che emerge dalle parole di Mario Polia, storico, antropologo, etnografo, archeologo ed esperto di Storia delle religioni, intervistato da Pro Vita & Famiglia. Polia non usa mezzi termini: mette in guardia dalla “società fluida” che dissolve confini e responsabilità; difende la centralità di padre e madre nella crescita dei figli e descrive il crollo demografico non solo come problema economico, ma come sintomo di una crisi culturale e spirituale più profonda.
Prof. Polia, il dibattito su eutanasia e suicidio assistito viene spesso presentato come conquista di libertà individuale. Da antropologo, che cosa cambia in una società quando il ‘dare la morte’ diventa una risposta istituzionale alla sofferenza?
«La nostra società è abituata ad evitare il più possibile quello che non piace. Quindi evitare la morte o chiamarla volontariamente in un determinato modo - tipo “assistita” - significa non sapere accettare la vita. La vita è fatta di luce e ombre e bisogna accettarlo. Affrontare il tema del “fine vita” è legittimo, perché è giusto parlare del fatto che le persone soffrono profondamente, ma la stessa sofferenza, vissuta da una persona, è diversa da quella di un'altra e non è possibile generalizzare. Pensiamo, tanto per fare un esempio, a Madre Teresa di Calcutta, che attraverso la sofferenza è diventata santa. Ecco perché dico che forse la nostra società ha perso il senso della vita: perché essa è fatta anche di sofferenza e legalizzare l’eutanasia, secondo me, è legalizzare un atteggiamento vigliacco».
Oggi l’identità viene spesso presentata come qualcosa che ciascuno ‘sceglie’ e dichiara, soprattutto sulla sessualità, presentata come fluida, perché si è arrivati a questo?
«Questo è frutto del relativismo culturale, che comincia a mettere in discussione i principi etici, comincia a mettere in discussione, anzi, profondamente in discussione, i principi religiosi, e poi finisce anche per mettere in discussione le leggi di natura. E fondamentalmente questo atteggiamento potrebbe portare alla distruzione della famiglia, perché la famiglia è composta da un padre e da una madre. Non basta semplicemente che un bambino venga accudito con amore, ci vuole la figura del padre e della madre, perché la natura vuole così. Perché la fisiologia umana vuole così, la psicologia umana vuole così».
L'antropologia considera la società come un sistema in continua evoluzione, mantenuto vivo attraverso la trasmissione intergenerazionale di significati. In questo quadro, chi ha il primato educativo: famiglia, scuola, Stato, media? E cosa succede quando entrano in conflitto?
«È molto interessante, e corretto, usare l’espressione “primato educativo”. In una società giusta l'educazione ricevuta a casa dovrebbe essere consona con quella ricevuta nell'istruzione pubblica e viceversa. Il problema è che oggi viene messo in discussione proprio l'insegnamento, il metodo educativo tradizionale domestico, e viene sostituito con il relativismo culturale. Questo tema si unisce a quello precedente sulla società fluida, un concetto molto pericoloso perché i “fluidi”, per antonomasia, si espandono e si finisce per non avere più una società come eravamo abituati a viverla e conoscerla. Allora, per evitare che il fluido si espanda, dobbiamo mettere una barriera, fermare la potenza espansiva di questo fluido. In realtà, se pensiamo all’educazione, non ci dovrebbe essere un predominio di uno sull'altro, un primato di uno sull'altro, ma un'alleanza che però oggi palesemente non esiste, a discapito però solo del metodo educativo domestico, della famiglia».
Da antropologo: quando una società smette di generare figli, cosa sta dicendo di sé? È solo un fenomeno economico o è un segnale culturale e spirituale più profondo?
«Quando una società smette di generare figli è come un albero che smette di fare frutto, è un segnale molto negativo. I motivi sono tanti: perché si ha paura del domani, ma anche - anche se in rari casi - perché si è egoisti e non si è disposti a sacrificare tempo, forza, denaro per dei figli. È una società, la nostra, che non ama molto la continuità della vita. In una società giusta un figlio viene educato, viene preparato e viene allenato. Oggi, invece, dobbiamo allenare i nostri figli a combattere e una società che non fa più figli è una società profondamente malata. Ma è profondamente malata anche quella società che non fa più santi, che non ha più eroi, che non ha punti di riferimento. Oggi i nostri punti di riferimento sono le superstar delle telenovelas, praticamente è un mondo al rovescio. Infatti quelli che anticamente erano considerati blasfemi e peccatori, oggi sono diventati addirittura dei maestri di vita. Il punto non è che oggi c'è più male di un tempo, perché il male è sempre lo stesso, con la differenza che in passato prevaleva la logica, la capacità di riconoscere che cosa era male e che cosa era buono. Oggi, invece, il male è diventato uno stile di vita, e la società economica chiede di basarsi su questo anziché sul bene».