09/10/2019

Lavoro. Quando essere mamma diventa una colpa. Altro che diritti delle donne

Prima le minacce, poi le vessazioni a lavoro da parte di dirigenti e colleghi. La “motivazione”: farla pagare alla donna che si è permessa di avere un secondo figlio.

Succede in un’azienda di Milano, dove Chiara lavora da circa quindici anni e dove adesso il clima per lei è diventato insopportabile. Un incubo. Tutto inizia, secondo quanto riporta anche il Corriere della Sera, dopo un cambio generazionale ai vertici dell’azienda e quando la donna comunica di aspettare un bambino. Subito la prima contestazione da parte del nuovo datore di lavoro, sui tempi di comunicazione, che però sono stati ampiamente rispettati da Chiara.

Si passa quindi agli avvertimenti e alle vere e proprie minacce. L’assurda offerta dell’azienda è di dimettersi, altrimenti «se rientri al lavoro ti faranno morire», queste le parole di un consulente inviato a fare da portavoce dai vertici dell’azienda.

Anni prima Chiara con la gravidanza del primo figlio non aveva avuto nessun tipo di problema e tutto si era svolto regolarmente secondo le leggi vigenti, con la seconda gravidanza però tutto è stato diverso. Anche e soprattutto dopo il parto.

La giovane subisce una serie di contestazioni sul lavoro e già in maternità viene a sapere che un’altra persona è stata chiamata e assunta a tempo indeterminato proprio per sostituirla. Dopo la maternità rientra a lavoro nonostante le insistenti proposte di buonuscita e le viene comunicata la decisione di “riposizionarla”. Un cambio di mansioni che però significa compiti mai svolti primi e denigratori per la sua posizione.

Da responsabile di reparto si ritrova a fare fotocopie, rispondere al citofono, triturare e archiviare documenti. Non ha più una casella di posta elettronica aziendale, non viene fatta partecipare alle riunioni e, cosa ancora più grave, anche gli stessi colleghi la ignorano. Come riporta il Corriere, persino quando viene cambiato il cancello all’ingresso dell’azienda a lei non viene consegnato il telecomando.

L’unica mossa che rimane è quella di rivolgersi alla Cgil. Il sindacato dei lavoratori - come moltissimi altri casi, perché quello di Chiara non è affatto isolato – si occuperà adesso di far valere le ragioni della donna, che ha avuto un’unica “colpa”: diventare mamma.

 

di Salvatore Tropea

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