01/06/2017

L’aborto non è una libera scelta della donna

La legge 194 lascia la donna sola davanti ai suoi problemi. L’aborto non è mai una libera scelta, ma l’unica soluzione che le si presenta. E spesso subisce pressioni e minacce indegne.

Siamo lieti ricordare le testimonianze che denunciano queste situazioni e che ci giungono dai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Abbiamo avuto molti casi di mamme invitate dai Servizi sociali all’aborto, in quanto gli assistenti ritenevano a loro giudizio che la cosa giusta da fare per la mamma fosse quella.
La gravidanza era certamente indesiderata, ma dagli assistenti, non dalle mamme!
L’operatore che dà questo consiglio la fa perché non si è mai fermato a pensare che sta giocando con la vita di un bambino, perché l’aborto è legale: non spingerebbe una persona a fare una cosa se fosse proibita dalla legge. E poi ritiene lui di sapere cosa è giusto e cosa non lo è: lo sa lui molto di più di chi ha di fronte.

Ma alcuni assistenti sociali vanno anche oltre e arrivano a minacce e ricatti: minacciano la madre di portarle via il figlio che deve nascere, di negare il ritorno in famiglia di altri figli già dati in affido, oppure minacciano di dare in affidamento i figli che stanno con la mamma, o, ancora, di tagliare gli aiuti economici prestati.

A quanto ci risulta, si tratta – grazie a Dio – di pochi casi, ma è grave che non avvengono di nascosto. Quindi sono indice di una cultura dell’aborto diffusa tra gli operatori del servizio pubblico.

mani_mamma_figlio_aborto_Cina_Buona-NotiziaMa questi assistenti sociali non hanno il compito di prendersi carico delle persone bisognose? E perché allora non cercano di difendere questi bambini anziché sopprimerli?

Anche in questi casi l’aborto per la donna diventa una strada quasi obbligata, la possibilità di scelta è annullata, qualcun altro ha già deciso per lei.

In proposito ascoltiamo la storia di Susanna, una ragazzina sedicenne, raccontata da un membro della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Avevo saputo che Susanna era rimasta incinta solo da qualche giorno e che però aveva già “deciso” di ricorrere all’aborto. L’ho vista crescere e ho seguito la sua famiglia, speravo dunque di poter fare qualcosa. In quel tempo Susanna si trovava in una struttura di accoglienza per minori e quando l’assistente sociale venne a sapere della gravidanza, disse subito: “Come farai a crescere questo figlio? Sei troppo giovane, non hai né casa né lavoro. E poi, pensa: non potrai più andare a divertirti, a ballare in discoteca o in giro con gli amici … E comunque, se scegliessi di partorirlo, non potrà stare con te, ti verrà subito tolto per essere dato in adozione!!!!”.

Con queste ed altre simili intimidazioni ha facilmente indotto Susanna a pensare che l’unica soluzione possibile fosse quella di disfarsi della creatura.

E così fu fissata la data per l’aborto, dopo aver avuto il consenso dei genitori.
Da parte nostra c’è stata la richiesta di un incontro per rimettere in discussione la scelta ed offrirle un’alternativa con l’accoglienza in una casa famiglia, ma è stato tutto inutile: non ce l’hanno concesso.

Ho deciso di accompagnare la mamma di Susanna all’ospedale nel giorno fissato per l’aborto, ma mi sono trovata subito di fronte allo sguardo inquisitorio ed indispettito della “educatrice” della comunità che accompagnava Susanna, che con toni sostenuti mi ha ripresa dicendo che quell’incontro non era stato autorizzato! Ma quale incontro? In un ambiente pubblico come l’ospedale, non si ha la libertà di visitare i pazienti? Quello che più mi ha sconvolto però è stato lo sguardo della piccola Susanna: visibilmente scossa e confusa, gli occhi pieni di terrore.

In questa tragica vicenda ho incontrato la tristezza, la paura e l’angoscia di Susanna, la prepotenza delle figure istituzionali preposte alla tutela dei minori, ma non ho percepito nemmeno un palpito di libertà.

Andrea Mazzi

Fonte: Notizie ProVita, Gennaio 2015

 


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