05/01/2022 di Anna Bonetti

Io, per le mie idee pro life, censurata da una Università italiana

L’articolo 21 della costituzione italiana dichiara: “ognuno ha il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”. Purtroppo nella realtà non è così, neanche in ambito universitario.

Qualche mese fa una professoressa (di cui non rivelo il nome per la privacy) ha assegnato agli studenti di scrivere e proporre un articolo di giornalismo a tema libero, specificando che successivamente i lavori sarebbero stati raccolti per una pubblicazione finale.

Nella chat del corso di giornalismo, una mia collega ha chiesto alla docente: “io vorrei scrivere sulla legge sull’aborto del Texas (la Heartbeat Law, che protegge la vita del nascituro a partire dal primo battito cardiaco) e di come questa sia in contrasto con il fatto che in Texas sia in vigore la pena di morte”. “Trattandosi del Texas tutto è coerente, comunque provi” è stata la risposta dell’insegnante.

Ho sentito così l’esigenza di portare anche le mie idee e ho deciso di presentare la mia analisi sulla serie TV targata Netflix “Sex Education”, siccome se ne stava discutendo parecchio in quel periodo.

Dopo aver controllato il mio lavoro l’insegnante mi ha confermato che l’articolo andava bene, senza alcuna obiezione, ma dopo qualche mese questa è stata la mail che ho ricevuto:

 

“Cara Anna,

Purtroppo non mi è possibile inserire il tuo lavoro nella rivista “Giornalismo Internazionale” perché troppo ricco di giudizi di valore e in parte di prese di posizione (ad esempio “ideologia LGBT). Cordialità.”

 

Un gesto che ho reputato e reputo profondamente discriminatorio, soprattutto in ambito universitario, dove dovrebbero essere accolte le idee di tutti e dove dovrebbe instaurarsi un’apertura al dialogo anche fra idee diverse. Per questo ho sentito l’esigenza di condividere la mia esperienza sui social, pur mantenendo l’anonimato delle persone coinvolte e molte persone, in particolare giovanissimi, mi hanno confessato di aver vissuto esperienze simili alla mia.

Colpisce profondamente un commento rilasciato da un ragazzo sul mio canale telegram: “Io sono stato escluso da un gruppo di colleghi universitari in cui mi ero inizialmente trovato bene. Sapevo già che avessero idee pro-aborto, pro-LGBT, etc, ma ci ero passato sopra. Poi 6-7 mesi fa quando scoppiò la polemica sul DDL Zan io dissi la mia opinione su facebook. Notai che da quel momento in poi i miei colleghi non mi considerarono più e scoprii che erano usciti tra di loro senza chiamarmi”.

Una storia dalla quale si evince quanto l’avere semplicemente idee diverse sia facilmente sinonimo di divisione e di emarginazione. Spesso, però, non si parla di quanto sia escluso e discriminato chi la pensa diversamente dal mainstream, che viene ripudiato dalla società e rischia addirittura sul posto di lavoro.

Occorre chiedersi se davvero è il caso di stare “zitti e buoni” e continuare a fare la volontà altrui, certamente con meno rischi di alzare la propria voce e affermare anche il diritto a manifestare i valori in cui crediamo.

 

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