03/08/2020 di Manuela Antonacci

Intervista a Giorgio Ponte: «Da omosessuale dico che il Pdl Zan è profondamente discriminatorio»

Un disegno di legge incredibilmente divisivo, che non piace nemmeno alle persone che dice di voler tutelare, come Giorgio Ponte, docente di lettere in un istituto professionale. Ponte, milanese di adozione, dopo il suo primo romanzo "Io sto con Marta!”, ha all’attivo anche "LEVI" il primo capitolo della trilogia a tema evangelico "Sotto il Cielo della Palestina", "GIAIRO" (2017) e "YOKABE" (2018). Oltre al suo lavoro di scrittore, dal 13 Maggio 2015, ha deciso di esporsi raccontando la sua vita, dichiarando di essere una persona con orientamento omosessuale, in difesa della famiglia naturale. Da allora partecipa spesso a convegni e iniziative varie, per permettere alle persone con attrazione omosessuale di vedere la propria condizione sotto un aspetto nuovo, diverso da quello presentato e imposto dalle lobby. Ultimamente, si è espresso anche contro il ddl Zan, sul suo blog e ha ribadito la sua contrarietà nel corso della nostra intervista

 

Innanzitutto cosa pensa del ddl Zan?

«Il DDL in sé, anche se non fosse concepito in maniera ambigua, come difatti è, senza definire in modo preciso il reato di omofobia, se anche fosse una legge che punisce gli atti di violenza fisica verso una persona omosessuale, sarebbe comunque discriminatorio perché creerebbe una categoria a parte, quella degli “omosessuali”, che in questo modo godrebbero di diritti supplementari rispetto a quelli di qualsiasi altro cittadino. Non si capisce perché la violenza commessa verso chiunque dovrebbe essere più grave, rispetto a quella verso altri, nel caso in cui si trattasse di una persona con attrazione per lo stesso sesso. Questo contravviene al principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Per di più, il fatto che questa legge non definisca il reato, come già detto, la rende oltre che discriminatoria anche pericolosa, dato che leggi simili in altri paesi hanno impedito la libertà di parola, nei confronti di chi ha espresso pareri contrari su diversi temi, anche non direttamente connessi con l’omosessualità (l’utero in affitto, l’educazione di Genere), ma che all’attivismo si accompagnano e che possono essere giudicati “omofobi” a discrezione del giudice».

Secondo Lei potrebbe, contrariamente a quello che si dice essere lo scopo del ddl e cioè quello di prevenire le violenze contro gli omosessuali, finire per acuire, al contrario, le tensioni sociali?

«Statisticamente è stato dimostrato che quando si cerca di proteggere una categoria a discapito di altre, il numero di episodi di odio nei confronti di tale categoria tendano ad aumentare, in modo proporzionale alla rabbia nei suoi confronti. L’Italia non è un paese omofobo, e non a detta mia, ma secondo le graduatorie stilate dalle stesse associazioni gayfriendly, tuttavia, se una legge di questo genere passasse generando una forma di controllo mediatico dell’informazione, della libera espressione e persino della formazione sulle nuove generazioni, questo rischierebbe di produrre un inasprimento della visione che le persone avranno nei confronti degli omosessuali. Tutti loro verrebbero, infatti, identificati con chi ha voluto questo tipo di legge, anche chi magari pur omosessuale non si sia mai identificato con l’ideologia che ne anima le battaglie».

Ultimamente anche le femministe si sono pronunciate contro questa legge. Che ne pensa?

«Penso che la verità si stia mostrando da sola e con essa la menzogna dell’ideologia Gender che è alla base di queste leggi: se tutto ciò che sentiamo è vero, allora vuol dire che nulla lo è. Se il corpo biologico non ha più valore, allora perché fare battaglie per difendere chi riteneva di essere stata discriminata in base al suo sesso biologico? Non c’è più un criterio di verità. Allora anche chi, all’inizio si è sentito di difendere determinati valori, ora vede che questa ideologia sta andando contro i suoi stessi principi. Anche la donna, discriminata per secoli perché non aveva i diritti minimi garantiti di qualunque altro cittadino maschio, lottando contro l’uomo ha finito per lottare contro la sua stessa femminilità: negli anni ’70 il femminismo radicale si è alleato ai movimenti omosessuali contro la figura dell’uomo eterosessuale, maschio, bianco visto come immagine “dell’oppressore”, fino ad affermare che era proprio il sesso biologico la prima ingiustizia che le donne subivano per destino, con la maternità. Quindi era quella differenza biologica che andava eliminata. Tuttavia, cercando di negare le differenze biologiche tra maschio e femmina, si sono annullate anche la condizioni che rendono sensata una difesa dei pari diritti fra i sessi. Se non ci sono differenze, perché tutelare le donne più degli uomini? E al tempo stesso, se il sesso è ciò che uno si sente, perché un uomo che si sente donna non può godere degli stessi diritti di una donna biologica? E così nel momento in cui le donne hanno rivendicato i loro diritti dati dal sesso biologico, i trans, loro alleati fino ad oggi, per il principio che uno è ciò che si sente, le attaccano sentendosi discriminati nel loro “sentirsi” donne. Con questa legge inoltre, che equipara il genere al sesso, c’è un rischio reale di un incremento degli abusi sessuali da parte di quegli uomini che dichiarando di “sentirsi donne”, senza aver fatto il cambio di sesso, sarebbero autorizzati ad entrare in uno spogliatoio femminile. Pena per chi si oppone: reato di discriminazione omotransfobica».

Lei ha mai avvertito l’esistenza di un’emergenza omofobia in Italia?

«Assolutamente no, io insegno nella scuola e vedo costantemente che il problema del bullismo che oggi soltanto viene associato solo alla questione dell’omosessualità, in realtà è molto più grave su qualsiasi altro tipo di categoria “protetta”. C’è una ferita grande nelle ragazzine e nei ragazzini maschi, ad esempio nella contrapposizione tra la proprio immagine e quella che viene fornita esteriormente e che viene considerata da tutti la migliore, attraverso i social, tutti più belli e muscolosi. I casi di ragazzi che diventano autolesionisti perché non si piacciono rispetto ad uno standard che gli viene rinfacciato dai loro compagni, sono tantissimi. Ci sono emergenze molto più grandi e parlo solo dell’ambito scolastico e quindi figuriamoci in generale, di quelle che ci sono verso chi manifesta attrazione omosessuale. Anzi, sul piano lavorativo, oggi, nonostante non ci sia ancora una legge, è un modo per costruirsi uno scudo di inattaccabilità perché basta dire di essere stati licenziati da una persona perché era contraria alla tua tendenza omosessuale, che questo anche senza avere nessuna prova della questione, ti fa diventare intoccabile. Questa emergenza omofobia, dunque, io sulla mia pelle, non l’ho mai vissuta».

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