08/11/2025 di Salvatore Tropea

Incentivare lo smart working per incentivare la natalità

Un nuovo studio guidato dal professore Nicholas Bloom, dell’Università di Stanford, condotto su 38 Paesi e oltre 120 mila interviste tra campione globale e Stati Uniti, mostra un’associazione netta: quando entrambi i partner lavorano da casa almeno un giorno a settimana, la fertilità totale risulta più alta di circa 0,2 figli rispetto alle coppie senza flessibilità lavorativa. Lo stesso studio rileva anche più nascite realizzate tra il 2021 e l’inizio del 2025 tra chi ha sperimentato il cosiddetto WFH (work from home). Una conseguenza di avere più flessibilità, meno stress dovuto agli spostamenti, più possibilità di prendersi cura della casa e, di conseguenza, avere meno spese - benzina, trasporti, pranzi fuori casa, ecc. - che gravano sul bilancio familiare.

I numeri chiave

Nel dettaglio, gli autori dello studio stimano che le donne che lavorano da casa almeno un giorno a settimana abbiano avuto in media +0,039 figli dal 2021 e, come detto, l’aumento della fertilità è circa +0,2 se entrambi i partner hanno almeno una giornata di WFH, +0,18 nel campione USA. Gli effetti sono più deboli in Asia, anche perché il WFH è meno diffuso, ma il segnale resta positivo e di conseguenza la conclusione degli studiosi è prudente ma chiara: più flessibilità rende più fattibile la scelta di avere figli. Gli autori ricordano che si tratta di un’evidenza osservazionale: non è un esperimento e dunque serve cautela nel parlare di nesso causale pieno, ma la coerenza dei risultati su nascite recenti, desideri e piani di fertilità, unita alla persistenza del lavoro ibrido, indica una direzione: rendere compatibili lavoro e famiglia aumenta la propensione ad avere figli.

Perché funziona

La spiegazione, come già accennato, è intuitiva: meno pendolarismo e più controllo dei tempi riducono gli attriti della vita familiare. Un giorno o due di ibrido a settimana liberano ore preziose per la gravidanza, le visite, l’uscita da scuola e riducono molte voci di spesa. Quindi quando la gestione quotidiana diventa sostenibile, le coppie realizzano molto più facilmente i loro progetti familiari. A rendere credibile l’impatto demografico dello smart working c’è un fatto: il lavoro ibrido si è stabilizzato a livello globale dopo il picco pandemico. Le più autorevoli indagini internazionali mostrano inoltre che tra i lavoratori laureati le giornate da remoto si sono assestate e non stanno scomparendo. In altre parole, non parliamo di un’eccezione temporanea, ma di un nuovo equilibrio del lavoro moderno. Commentatori e policy-maker stanno di conseguenza iniziando a trattare la flessibilità del lavoro come politica pro-famiglia, non solo come benefit aziendale e a tal proposito un recente editoriale sulla testata statunitense The Hill, specializzata nel trattare le politiche del Congresso Usa, riassume bene il messaggio: se vogliamo più nascite, abbracciamo il lavoro ibrido, perché interviene sul vero vincolo – il tempo – oltre che sui soli trasferimenti monetari.

Cosa significa per l’Italia

Il nostro Paese rientra nel campione dello studio e, come il resto d’Europa, ha una diffusione del WFH maggiore rispetto all’Asia: c’è quindi spazio immediato per politiche nazionali e aziendali che sblocchino giorni di lavoro da casa in modo stabile, soprattutto per le coppie. Ci sono infatti possibilità di scelte politiche potenzialmente importanti come: incentivi fiscali alla flessibilità; garanzia di almeno 1–2 giorni di ibrido dove il lavoro lo consente; tutela della maternità e del rientro con orari adattabili. Per una società che difende la vita e sostiene la famiglia naturale, il messaggio è limpido: favorire forme di lavoro flessibili è una riforma pro-mamma, pro-papà e pro-natalità. Ovviamente da sola non basta, poiché servono scuole dell’infanzia accessibili, libertà educativa, sostegni mirati e una cultura amica dei figli, ma la flessibilità è una leva immediata che rispetta le persone, valorizza il lavoro e aiuta le famiglie a nascere e crescere.

 

 

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